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Forse per comprendere appieno la forza ritualistica e arcaica che muove il gruppo/collettivo sardo basterebbe iniziare dai dieci minuti di Nur Ruhin: una estasi ritmica, una tempesta ritmica, una devastazione ritmica che dice di minacce oscure, di paure antiche, di incomprensibilità e abbandono a un destino insondabile così come insondabile era il caos che avvolgeva le vite dei nostri simili migliaia e migliaia di anni fa. C’è una forza antica, primordiale, quasi primitiva nelle musiche degli HBOL e vi è da sempre, da quando circolavano nel calderone del collettivo Trasponsonic in forme anche diverse da quelle che oramai i due titolari della sigla Laura Dem e MSMiroslaw (aka Mirko Santoru) assumono regolarmente da un decennio in qua. E ciò che quella forza antica mette in scena per chi ascolta è il dover fare i conti con una serie di questioni che riguardano l’umanità in senso più ampio e più stretto simultaneamente: la paura, il senso di perdita, lo straniamento, individuale così come collettivo; il senso di collettività e di civiltà che va disgregandosi, il ritorno a un imbarbarimento antico, un primitivismo non di risulta ma quasi viscerale; la forza della musica come rituale, come aggregatore o collante in grado di far trascendere la dimensione terrena e gettare luce nell’oscurità.

Tante parole, forse troppe per descrivere una musica che è catarsi e abbandono totale in forme di volta in volta cangianti tra dark-ambient materica (Cuius Vulturis Hoc Erit Cadaver?), industrial primitivo (Sea Of Ohrot), noise ancestrale (From India To Planet Mars) e kraut/kosmische in continua disgregazione (M’hashasins) ma che riesce a mantenere sempre una propria identità. Una identità che è strettamente connessa al territorio di provenienza, quella Sardegna del Marghine insieme arcaica e post-industriale in cui il tempo si fa visione e la presenza umana non può che avere queste sonorità come colonna sonora per una salvezza da ricercare nell’Ohr primordiale.

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