Recensioni

6.6

Con I Quit le HAIM, le “tre sorelle che han fatto un patto”, le migliori amiche di Taylor (e quanto si sente qui!), il trio californiano per eccellenza, firma un addio valido a un certo tipo di idealismo pop-rock, a una coerenza artistica senza compromessi. Ma lo fanno con modestia e onestà, rendendo così questo quarto capitolo della loro carriera uno dei più interessanti.

Ma facciamo un passo indietro. Dopo aver debuttato nel 2013 con Days Are Gone come possibile punto di incontro tra il soft-rock californiano anni ’70 e il pop plastificato dei 2000s, la band ha progressivamente abbandonato la leggerezza che le aveva fatte spiccare nel panorama indie-pop. Già in Women in Music Pt. III (2020) si intravedevano i segni di una band sempre più interessata a destrutturare la propria immagine levigata, e I Quit ne è la conseguenza più evidente: un disco che ha il coraggio di mostrarsi svuotato, a volte scorretto, emotivamente sfilacciato. Ma anche musicalmente disordinato, irrisolto. E non è necessariamente un male.

Sin dai primi secondi di Gone, che apre il disco, si avverte la scelta di scavare nella stanchezza del presente usando le sonorità del passato. Il campionamento di Freedom! ’90 di George Michael (e un ammiccamento a Movin’ On Up dei Primal Scream nell’assolo) tenta di evocare una liberazione emotiva, ma viene affogato da una produzione che cerca di far convivere fin troppe fascinazioni: folk e blues, acustico e sintetico, r’n’b e gospel.

È un’operazione tipica del disco: evocare icone novantiane – U2, Sheryl Crow, persino Alanis e i Radiohead – senza mai davvero farle esplodere. In questo senso I Quit si inserisce pienamente nella tendenza attuale del post-nostalgia, dove il revival diventa un linguaggio più che un riferimento.

Il singolo Relationships è la vetta pop dell’album: un incrocio tra beat hip-hop lo-fi, melodie R&B sovrasaturate e attitudine da Clueless (guarda caso sia serie che film sono simboli degli anni 90) stanca di tutto, culminante nel ritornello schiaffo “I think I’m in love, but I can’t stand fuckin’ relationships”. Lì dove l’ironia affiora, le HAIM funzionano: giocano con gli stereotipi di genere, trasformano lo sfogo personale in un gesto collettivo. Tuttavia, la maggior parte del disco si muove in territori più grigi: Down To Be Wrong accarezza la ballata radiofonica anni ’90 con un tono fatalista, Everybody’s Trying to Figure Me Out prova a fare dell’autoanalisi un mantra, mentre Take Me Back abusa di cliché da film coming-of-age con tanto di glockenspiel indie e video in stile lista di ricordi da Tumblr del 2008.

Il suono, co-prodotto da Rostam Batmanglij, Danielle Haim e Buddy Ross, alterna momenti ispirati a vuoti di personalità. Come già accadeva in Gone, anche Lucky Stars – con un testo traballante e un’estetica da shoegaze annacquato – prova a dire fin troppo, laddove Million Years (d’n’b diluito) e Cry (country pop in chiave minore) sembrano b-side o tuttalpiù filler, funzionali però a costruire un suono complessivamente coeso.

Di buono c’è che il disco racconta una stanchezza emotiva e creativa che suona vera, soprattutto quando Danielle affronta – tra le righe – la fine della relazione con Ariel Rechtshaid, storico produttore delle HAIM. Blood on the Street, il brano più crudo dell’album (che chiama in causa i ruggiti di una Cat Power), lascia il segno con la sua immagine estrema di abbandono e indifferenza, che continua a riecheggiare anche quando la musica si dissolve nel minimalismo.

Il finale poi, Now It’s Time, avvicenda il tagliente riff della celebre Numb degli U2 a zuccherose melodie da colonna sonora Disney. È la dimostrazione che le HAIM sanno ancora sorprendere, ma anche che il loro linguaggio si sta sfaldando, come se non sapessero più a quale pubblico parlare.

Discontinuo, emotivamente onesto ma musicalmente incerto, I Quit è il diario di una crisi, non un manifesto. Ed è proprio questo il suo valore – e il suo limite.

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