Recensioni

Il set si apre con un universo silente da impulso primordiale (The Hushed Universe), un segreto per pochi, e ci si aggiusta alla tavola dei convitati. Una tavola rotonda dove i cavalieri sono barfly ante-litteram che interpretano la parte di Galeazzo, Lancillotto e Bedivere (Pian della tortilla). Siamo in California, è depressione carsica, e mentre a Wall Street cadono gli equilibristi dai grattacieli, a Los Angeles un ragazzotto di nome John Fante ascolta una malaguena a Bunker Hill strimpellata da immigrati provenienti da Gibilterra (El Toro).
Sprofondare è la seconda delle fatiche: sentirsi il mondo addosso nel suo punto più basso, quello delle vecchie acque cattive nella Death Valley (White Giant). Entrare è la terza: nuovamente in un viaggio drogato fra le pieghe del passato dove l’America era il vasodilatatore della migrazione mondiale, il suo rene sinistro conciato per la feste da Abramo Lincoln e i 500 Navajo di Manuelito a vivere nelle tane come cani da prateria dopo l’assalto al cielo sferrato alla prima invasione di coloni lungo Fort Defiance (My Town, Station). Infine passare la soglia dello stargate che su minute viscere traghetta nei gangli che misurarono secessione, spirale razziale e perchè no la piana padana, una delle tante perlomeno (Cacti). Un altro stargate è tutto dentro a Black Boy, che da Sister Rosetta s’avvita e frana nelle mani di Taj Mahal, ha il collo taurino di una generazione di schiavi.
È chiaro come certe fascinazioni abbiano il crugno di sferrare uppercut detonanti, ascoltando Americana dei Guano Padano. Il trio, che è al terzo disco, si dimostra sempre più competente nel rievocare stati mentali e lunghi piani sequenza, nel concentrare camei e narrazione quasi a dettare un saliscendi melodizzante. Un big bang emozionale si ha per certo in un brano come The Fat Of The Land, che richiama quel magone di Hud il selvaggio con Paul Newman e Melvyn Douglas. Solo che qui il romanticismo non è al servizio dello scotto dovuto alla celebre eredità, quanto al chiarore di un’alba all’imbocco del ranch.
I Nostri si fanno prendere un po’ troppo dalla smania da cinematografo riscoperto nell’era del tutto è buono. Per cui non si ha un blocco unico di temi, quanto una struttura episodica a piccoli blocchi o a riprese di temi, ed è il limite di chi vuole imbrigliare la musica da film nel rock. Ma De Rossi, Stefana e Gallo, anche se fosse così, non lo farebbero certo con imperizia, anzi. C’è una maestria nei loro arrangiamenti, un senso delle meridiane da grande romanzo americano migrante – ricordiamo Fante ma si potrebbe citare nella poesia anche Emanuel Carnevali – e coni dilatati di realismo da far intorpidire ogni riflesso psicosomatico, rimanendo a bocca aperta come farebbe lo scemo del villaggio.
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