Recensioni

Nove brani freschi, leggeri, figli di un pop dai contorni british che spazia agevolmente tra echi anni ’60 e suggestioni indie puramente Nineties: questo il cuore di un’opera, la terza sulla lunga distanza in casa Green Like July, che emoziona e segna una svolta nel percorso della band. Nuova formazione, nuova casa discografica (La Tempesta di Enrico Molteni) e un piccolo passo a prendere le distanze dagli idilli bucolici del pur pregevole Four Legged Fortune (Ghost Records, 2011), per quanto lo scarto maggiore col recente passato sembri essere soprattutto figlio del contributo agli arrangiamenti di Enrico Gabrielli (Calibro 35, Afterhours).
Registrato da A.J. Mogis negli ARC Studios di Omaha (Nebraska), nel cuore degli States, Build A Fire risente, sin dall’overture Moving To The City, delle atmosfere Brit – o, in questo caso, scozzesi – dei Belle & Sebastian di Fold Your Hands Child, You Walk Like a Peasant, con un uso della voce molto vicino ai Gorky’s Zygotic Mynci di Euros Childs. Nulla di nuovo sotto il sole dunque, per quanto la compagine guidata da Andrea Poggio riesca nell’intento di confezionare un album delicato, piacevole, capace di muoversi con disinvoltura tra presente e passato; un esempio su tutti è la contagiosa Borrowed Time, piccola perla in bilico tra primi Beatles, Beach Boys e riff loureediani.
Un disco, questo Build A Fire, che affronta il tema del cambiamento attraverso nove episodi di pop orecchiabile eppure mai banale, dotati di un’intelligenza e una classe che non meritano di passare inosservate.
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