Recensioni

Gotico siculo. Questa la definizione che è affiorata dopo aver visto due volte nel giro di una settimana Cesare Basile, accompagnato come meglio non si potrebbe da Marco Giambrone (chitarra elettrica, voce, elettronica) e Massimo Ferrarotto (percussioni, voce, elettronica).
“Puoi scrivere solamente la storia della tua ferita, puoi scrivere solamente la storia del tuo esilio.” Questi versi che sono anche dichiarazione d’intenti e condizione esistenziale, scritti dal poeta palestinese Mahmoud Darwish, custodiscono perfettamente il mood del concerto, una sorta di rituale laico e devoto, un canto alla diaspora di un popolo oggi in ginocchio.
Nostalgia, nostos, il dolore del ritorno. Novello Ulisse, Basile non tappa le orecchie al suo equipaggio ma ascolta con loro il canto delle sirene e lo restituisce in arrugginite monete di blues ancestrale, elettrificato, minimale, scarno. Polvere di storia, venti di memoria, una pulsazione lenta come una febbre sottopelle: lampi di elettronica spuria, attrezzi tribali nel set del percussionista, ambient blues come un Jon Hassell alle prese non più con un quarto, ma con un quinto mondo, quello futuribile e remoto dell’antico folklore siculo, “terra d’esilio e spartenza”; una pioggia di sabbia si fa strada tra litanie e arie ieratiche che riempiono l’aria e la stanza del delizioso locale in centro a Parma, dove avevamo già visto tempo fa Eric Chenaux.
La musica portata con forza e lirismo dai tre gronda personalità ma, volendo fare dei nomi per dare coordinate a questo viaggio politico e psichico, a me vengono in mente per primi Wovenhand, il blues acustico delle origini, Tinariwen, Jerusalem In My Heart, Swans. Rispetto al live di pochi giorni prima al Birrificio Dada di Correggio, si avvertono diverse sfumature differenti: la scaletta è la medesima, gran parte presa dall’ultimo, splendido Saracena, ma le canzoni si rivelano forme aperte suscettibili di variazioni. Tutto è perfettamente bilanciato: promesse di blues atavico, un sentimento che bilancia con grande misura doom e canzone di protesta, inesorabilità e battaglia, il canto profondo di Basile come un marabutto, un monaco-guerriero, Ferrarotto fluido e cruciale nel suo porgere il battito di un cuore che non si consegna alla resa, Giambrone a donare altri panorami a una musica che è già voce della vertigine, della voragine.
Nella foschia dell’alba e nella fuliggine del crepuscolo talora si innalzano droni che staccano inni di gloria al cielo come certi Godspeed o gli indimenticati Stars Of The Lid, o addirittura Tony Conrad, per poi planare su radure dove crescono secolari piante folk, canti di braccianti, marinai, minatori, muratori, camminanti, pezzenti, tutto un Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo aggiornato a questi tempi dove tutto pare ai titoli di coda.
Sullo schermo scorrono immagini in bianco e nero della Palestina: nelle parole dello stesso Basile “un viaggio doloroso e necessario attraverso quei luoghi dove ci sono esseri umani che sono costretti a lasciare casa propria.” Un concerto capace in modo quasi miracoloso, per quanto è antiretorico e urgente, di mescolare epica, storia, intimità, universalità, poesia, denuncia, memoria. Il disco è senza mezzi termini uno dei più belli usciti in Italia quest’anno: il live è ancora meglio.
Tutto il concerto si mantiene su livelli molto alti, ma dovendo citare un paio di momenti il cronista sceglie l’inizio con C’è Na Casa Rutta a Notu e Kafr Qasim e poi Bbacilicò; che cita uno dei più importanti pezzi italiani di sempre, Luglio Agosto Settembre Nero, degli Area, non a caso un gruppo che si occupava di temi politici con lo stesso piglio e la stessa potenza lontana da ogni didascalia. Per ora il tour si chiuderà a Siracusa il 26 dicembre. Speriamo ricomincino a girare anche nel 2025.
Foto di Pietro Bandini
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