Recensioni

L’arte di saper scrivere un album semplice, composto da canzoni prive di chissà quali velleità di tendenza e di chissà quali legami con la contemporaneità; l’arte di sapere maneggiare la tradizione riproponendola senza timori reverenziali e, al contempo, con genuina umiltà; l’arte di imbastire melodie che sembra di conoscere già al primo ascolto; l’arte di saper trasportare l’ascoltatore verso luoghi lontani, forse stereotipati, ma di assoluto e perenne fascino. Marlon Rabenreither, in arte Gold Star, possiede tutte queste caratteristiche e le condensa in un’opera seconda intitolata Big Blue che suona come un grande tributo all’America ed in particolare alla West Coast. Nato in Austria (Vienna), Marlon ha inseguito il sogno americano percorrendo le orme di Kerouac, spostandosi da New York a Los Angeles. Oggi vive, scrive e produce nella sua dimora dell’East Hollywood soprannominata Big Blue. Big Blue, però, non è solo il nickname della casa: è anche un concetto universale – che torna a più riprese lungo i trentasette minuti del disco – che il Nostro utilizza per descrivere la California (Blue Moon, Blue Sky to Blue Sky). Il legame con il territorio è molto forte e in questo senso nulla sembra essere lasciato al caso, tanto che con un po’ di fantasia (ma forse neanche troppa) nel termine Gold Star sembrano vivere le famose stelle della Walk of Fame.
C’è qualcosa di decadente e hollywoodiano in Gold Star. Lo potete osservare sulla copertina dell’album, in posa da attore consumato, con i piedi sul divano tra un tavolino stracolmo di oggetti (bottiglia compresa) e una chitarra acustica che sembra essere l’unica compagna di stanza. Altrove, invece, lo troverete immortalato con un’immancabile sigaretta a fortificare un’espressione vagamente da Tom Waits dei nostri giorni. Per sua natura non finirà nelle classifiche di fine anno (anche solo trovare qualcuno che ne parli non è così facile) ma Big Blue, oltre ad essere uno dei migliori album di travel-music di recente memoria, possiede il sapore dei classici. Armato di chitarra, Hammond e armonica a bocca (un elemento che regala sempre qualche brivido in più), Marlon, con il suo fare da troubadour d’altri tempi, dipinge scenari vividi (in Blue Moon ricrea veramente certe atmosfere notturne sotto la luna) in cui sembrano convivere Townes Van Zandt, Bob Dylan, Ryan Adams e Grant Lee Phillips alle prese con tonalità tanto noir quanto malinconiche e con tramonti Seventies da instancabili sognatori on the road. Sonorità senza dubbio in grado di far presa sui nostalgici della golden age del Laurel Canyon-sound ma anche su chi sente la necessità di fuggire per qualche istante dalla frenesia moderna, contemplando l’America polverosa, poco importa che si tratti di quella della Route 66 o di quella racchiusa in una trasandata villa sulle Hills.
L’americana dalle venature cantautorali viene alternata a ballatone d’altri tempi (It’ Aint’t Easy, con le sue vaghe suggestioni ad altezza Father John Misty) con una facilità sorprendente, dialogando in più occasioni con i poeti maledetti, con la beat generation e in generale con il mondo letterario (l’ottima Sonny’s Blues è influenzata dall’omonimo racconto di James Baldwin). In un contesto come questo nascono piccoli gioielli come Blue Sky To Blue Sky (perfetta colonna sonora per un Coast To Coast, da skyline a skyline, da stazione a stazione, da Coney Island fino a Los Angeles), San Francisco Good Times («You gotta pick it up and get to California. With the sun in your eyes»), la già citata Sonny’s Blues («I felt sunlight shine. Right between my eyes. And I’ve seen lightning strikes. My whole life. And I’ve felt stars outside. Shining in my veins I met the big blue light. Face to face»), la conclusiva The Strangler (forse il brano più zimmermaniano del lotto) e Deptford High St, unica traccia in cui il Nostro esce dai confini statunitensi per raccontare di trascorsi londinesi. In questo caso ad essere blu sono gli occhi di una ragazza.
Big Blue è un album dalla durata giusta per non risultare pedante o eccessivamente ripetitivo. Il classico album privo di effetti speciali ma con tutti gli elementi necessari per lasciare un’ottima impressione.
Amazon
