Recensioni

7.2

Sono passati tre anni dall’ottimo On All Fours, la seconda, riuscitissima prova della formazione di South London. L’allora quartetto è diventato un trio, composto ora da Lottie Pendlebury, Holly Mullineaux e Rosy Jones. Come loro stesse raccontano, il processo creativo di questo nuovo lavoro è stato scandito dalla lotta contro il demone della dipendenza di Rosy, una battaglia che affermano di aver vinto insieme, restando unite anche nei momenti peggiori. Questo disco vuole celebrare anche un percorso di crescita doloroso e difficile, che si è accompagnato all’acquisizione di una nuova consapevolezza, umana ancor prima che musicale.

In effetti, all’interno di Below The Waste si riscontra un sostrato di lotta e speranza: una tenace esplorazione dell’oscurità e della luce. Un gioco sapiente di contrasti, ottenuto anche grazie alle variazioni di tono della voce di Lottie – ora cupa e sinistra, come in Ride Around, o nella struggente Tonight; ora delicata e fragilissima, come in Take It Away – oltre all’uso ricorrente di campionamenti e rumori di sottofondo (a turno industriali e naturalistici).

Tutto ciò a testimonianza di un registro ancora più ampio, se non altro da un punto di vista espressivo. Stilisticamente, le coordinate sono quelle consuete: l’attitudine folk-blues si presta felicemente a un synth-pop ancora più spinto, che non si fa mancare un esperimento di hip hop semi-analogico (tcnc) – attingendo a piene mani dalla lezione della primissima M.I.A. – e che si cimenta in neanche troppo timidi esercizi sinfonici art-pop (la già citata Take It Away, cui fa seguito Pretty Faces, e la stessa Perhaps, dove pure troviamo ambiziosi arrangiamenti orchestrali).

L’attitudine alla sperimentazione e al gioco cui le Goat Girl ci hanno abituato, appare qui ancora più sicura e studiata, merito anche della co-produzione di John ‘Spud’ Murphy (Black Midi, Lankum) e di un ampio corredo strumentale, tra cui si annoverano archi (Reuben Kyriakides e Nic Pendlebury), fiati (Alex McKenzie) e voci (compreso un coro composto da familiari e amici), registrati  tra gli Hellfire Studios a Dublino, lo studio delle Goat Girl a South London e un fienile dell’Essex.

Ma, come sempre, a rendere interessante il lavoro delle Goat Girl è anche la dimensione ideologica sottesa. Come se a fare da corollario ad ogni brano, anche il più apparentemente intimo e personale, ci fosse sempre un concetto più universale, portato avanti con una determinazione un po’ ingenua, ma anche genuina, verso cui è impossibile non empatizzare. Ogni canzone delle Goat Girl ha in sé la denuncia di qualcosa di sbagliato, o la ricerca disperata del bello e del giusto: c’è sempre una tensione utopica verso qualcosa di più autentico a cui tutti dovremmo aspirare.

Below The Waste è un disco più intimista e meno dirompente dei precedenti, ma ancora più denso di umanità e compassione, che invita ad abbracciare il caos dell’esistenza alla ricerca della propria libertà, senza rinunciare a una dimensione comunitaria di ribellione e resistenza. Sembra suggerire che un altro mondo è possibile, se solo impariamo a mettere in discussione le categorie sovraimposte, ma anche e soprattutto se sappiamo fermare lo sguardo su noi stessi, pur senza mai distoglierlo dagli altri.

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