Recensioni

GNUT ovvero Claudio Domestico, classe '81, è un chitarrista e cantante partenopeo alla seconda uscita da solista dopo DiVento del 2008. Nel frattempo ha dato vita anche al combo Arm On Stage, quartetto che si è reso autore lo scorso anno di di Sunglasess Under Allstars, ma soprattutto ha avuto occasione di fare da opening act in Francia per Piers Faccini, il quale ha ricambiato scomodandosi a produrre artisticamente questo Il rumore della luce. Album di cantautorato folk blues, a farla breve, con fragranze mediterranee e vibrazioni black, a tratti suggestivo grazie al bel lavoro di arrangiamento (il violino e le nuances orientali in Nonlosò), altrove semplicemente per la piana efficacia della scrittura (la grave Troppo tempo, la delicata intensità di Credevo male), o – meglio – per la mischia felice di entrambe le cose (la title track).
La formula e' azzeccata, guarda alla fragranza acustica del primo Ben Harper (palpabile soprattutto in Cosa pensare adesso), a certa indie con tendenze atmosferiche noir tipo gli Elbow, allo Scott Matthews più afflitto, per non dire dei "soliti" vibrioni Beatles (evidenti ne Il papavero non è cresciuto). Inevitabili poi le tracce di illustri compatrioti, ovvero un pizzico del Fossati piu' crudo, qualcosa del lirismo sparso – da chansonnier con lo sguardo a perdifiato sul mediterraneo – d'un Bruno Lauzi, il tutto infine abbastanza riconducibile al tentativo solista rimasto ahinoi senza seguito di Filippo Gatti. E' insomma un buon disco, una proposta che trova la giusta sintesi tra qualità e intensità.
Tuttavia ti lascia con un senso d'incompiutezza, come se si fosse fermato a metà del tuffo, accontentandosi della dimensione da salotto illuminato (un po' alla Piers Faccini, appunto), quando sospetti che avrebbe potuto azzardare gli squarci visionari d'un John Martyn o l'abisso laconico di Tim Hardin. Col rischio di fallire, certo. Sempre meglio però di questa strisciante paura di volare. Insomma, un buon lavoro. Peccato, però.
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