Recensioni

7.2

Aderire alla realtà senza artifici a volte può spaventare. O trasformarsi in conforto e ristoro sicuro. In casa. Come nel caso di questo disco: a otto anni di distanza dall’uscita di Searching for the North, primo album in trio, il veneto Giacomo Zanus torna con un nuovo lavoro che si mostra come antologia caleidoscopica di frammenti personali e quieto riparo. Il suo wandering away is safer than getting lost on your own si impone in modo solido ed elegante a disegnare visionari moti dell’animo, un album che potenzia ulteriormente la componente cinematica, dominando con spontanea elasticità ipotesi attorno alle musiche di confine. Zanus, glottologo della musica, amplifica e sacralizza la componente cinematografica con un lavoro in cui ogni suono è immagine, ogni nota è gesto, divenendo regista di se stesso, delle paure personali, di gioie ricordate. La chitarra del sapiente compositore di Belluno armeggia nello scrigno del jazz creativo solleticando il ricordo di personaggi come Bill Frisell e Eugene Chadbourne.

La direzione che il compositore veneto porta avanti sembra rispecchiare la necessità di contrapporre elementi di musica acustica a un respiro tutto elettronico, con un equilibrio, con una grazia, con una duttilità che permette inoltre di far parlare gli strumenti fra loro, di creare una lingua nuova e unica capace di coniugare scrittura e composizione con l’arte dell’improvvisazione libera. È da qui che si anima il suono di Zanus, dalla dialettica elettroacustica che è figlia tanto di un corpo poetico quanto di un canovaccio cinematografico. Pervaso dal miglior jazz contemporaneo, wandering away is safer than getting lost on your own manifesta come la densità del suono può divenire chiave di lettura rivelatrice nel ricco dialogo di danze post-rock, lacrime folk e nebbie di terra western.

Il disco evoca un immaginario che intreccia il silenzio ondivago di una spiaggia solitaria con la poesia frammentata di E.E. Cummings e le primavere funamboliche di Kevin Morby dando vita a brani che manifestano una narrazione molto intima, quasi cameristica di un territorio privatissimo, di uno spazio epifanico che rispetta sempre il suono e apre all’incontro.

Con un approccio multiscalare, Zanus coglie le molteplici dimensioni e la complessità del reale in un disco in cui il suono della chitarra resta primario ma assume anche un ruolo di voce-timoniere che guida, narra e incanta attraverso l’ampio respiro melodico e balneare delle composizioni. Come per l’incantesimo liquido delle spazzole jazz di Dear Palomar, opening track dell’album, nonché omaggio all’opera di Italo Calvino, percepita dall’artista come punto fermo della costruzione sonora di questo nuovo lavoro. Se return to Maren racconta di profumi antichi e folate di vento mentre la memoria muscolare del suono si compie da sola, Canto pagano si staglia verticale col suo fraseggio sorridente fino a dissolversi nell’alchimia abrasiva di half awake. Assieme al musicista bellunese troviamo la pittura impressionista che Giorgio Pacorig crea con piano e organi, l’ancoraggio robusto di Mattia Magatelli con contrabbasso e basso elettrico, oltre alla tensione funambolica delle percussioni di Marco D’Orlando. Giacomo Zanus si muove liquido fra chitarre, sintetizzatori, cetra da tavola, campionamenti e un gusto per l’elettronica che ricorda ora Luciano Berio ora il Jim O’Rourke di Eureka.

La poetica cinematografica acquerellata nelle otto tracce del disco plasma una situazione dinamica, libera da certi canovacci puramente jazzistici, predisponendo un’esperienza creativa in cui poter lavorare con l’improvvisazione e una certa lentezza. Un torpore comunque attivo che ricorda l’adagio del sole sulla faccia, e desta una commozione in time-lapse di passi sulla sabbia, di fiori che sbocciano, di amore che sommerge.

“Quando c’è una bella notte stellata, il signor Palomar dice: ‘Devo andare a guardare le stelle’. Dice proprio: ‘Devo’, perché odia gli sprechi e pensa che non sia giusto sprecare tutta quella quantità di stelle che gli viene messa a disposizione”. Ecco, parafrasando la voce del protagonista di Calvino, manifesto artistico del progetto musicale di Zanus, allo stesso modo diremo che quando c’è una bella raccolta di suoni, questi devono essere ascoltati. Perché è peccato sprecare il tempo dietro a mediocri soluzioni musicali. E perché anche questo disco, così come l’atto di guardare le stelle, esige e ricompensa la vostra completa attenzione. È bello tornare a casa, quand’è così.

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