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Se volessimo farla facile facile, potremmo dire che in Razzi di fuoco Giacomo Toni si diverte soprattutto a omaggiare uno dei sui miti personali – almeno, stando a quanto ci disse un po’ di tempo fa – ovvero Jelly Roll Morton: in buona parte del disco infatti, a partire dall’introduttiva Figacce, passando per il vacanziero singolo Agosto, fino ad arrivare alla “omonima” Jelly Roll e alla contiana title track, si coglie sia negli arrangiamenti dei fiati che nei pianoforti pieni di trilli, acciaccature e “circuitazioni” veloci, una evidente voglia di riprendere certe atmosfere ragtime tipiche del pianista di New Orleans. Lo si fa grazie anche a un piccolo “esercito” di musicisti e amici chiamati a collaborare e a dare spessore al tutto, valenti professionisti che meriterebbero ben più di una semplice citazione: tra i tanti, Roberto Villa (contrabbasso, basso, cori, percussioni), Nicola Peruch (pianoforte, tastiere, organo hammond , fisarmonica, cori), Daniele Marzi (batteria), Alfredo Nuti Dal Portone (chitarre, percussioni, cori), Gianni Perinelli (sax tenore), Marcello Jandu Detti (trombone), Marco Benny Pretolani (clarinetto, clarinetto basso, sax tenore), Enrico Farnedi (tromba, flicorno), Lanfranco Moder Vicari (cori), Elena Majoni (violino) e Franco Naddei (meccaniche, cori).
Eppure non c’è solo il jazz delle origini nel quarto lavoro del cantautore romagnolo, se è vero che il Nostro da sempre cerca ispirazione nei suoi personali mostri sacri (un altro è l’indimenticabile Enzo Jannacci) dimostrandosi poi bravissimo a rielaborare tutto. È quello che accade in una seconda parte di album che colleziona brani più introspettivi e capaci di far emergere il lato più malinconico e “serio” di un musicista sempre meno comodo nel ruolo del cantore cinico e sopra le righe di dischi come Nafta e sempre più interessato a trovare il suo spazio tra le mezze luci e i non detti. Ritratti umani, i suoi, come al solito traballanti ed emotivi, riflessivi e per certi versi amari, dipinti in brani come l’inquieta Un’altra età, nel valzer di una Millepizze musicalmente ai confini col Messico (ma ambientata sulla Bari-Taranto) o magari in una Laggiù quasi caposseliana e dalle atmosfere seppiate. Senza dimenticare la vera mosca bianca della tracklist, ovvero una Il tornio della fabbrica avvitata su un call & response ossessivo che pare una onomatopea del Tempi Moderni chapliniano, ovvero il taylorismo fattosi per un attimo musica.
Quel che è certo è che Razzi di fuoco è uno dei dischi più strutturati di Giacomo Toni, sia dal punto di vista della strumentazione utilizzata sia in termini di arrangiamenti. Ne è dimostrazione anche il brano che dà il titolo all’album e che troviamo in chiusura di scaletta, sorta di via di mezzo tra una epopea felliniana e un film di Buster Keaton ambientato in Romagna che riassume in sé tutta la creatività musicale ma anche l’ironia di un artista dalla poetica originale e ormai riconoscibile.
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