Recensioni

Nel 2000 Electronic Jacuzzi li aveva messi sulla mappa con una cifra già chiaramente teatrale e noir, un suono fatto di cellulosa rock ibrida ed espansa, sintetica senza perdere mordente chitarristico. Una tensione che li avvicinava anche ai conterranei dEUS, soprattutto sul versante cinematico e arty delle prime produzioni.
I Ghinzu si muovevano negli anni del cosiddetto emul rock, stagione di post-punk e garage revival in cui però non si sono mai davvero riconosciuti. Non appartengono allo stesso mazzo di Strokes, White Stripes o Interpol, pur condividendone urgenza e ruvidezza. Il loro linguaggio lavora all’opposto, per espansione, stratificazione, sovraccarico controllato.
Fin da subito la loro identità si definisce su un asse più ampio e teatrale, che non guarda tanto ai Settanta e Ottanta quanto a una rilettura del glam britannico: il visionarismo di David Bowie, la sofisticazione dei Roxy Music, e poi Suede, Placebo fino al vaudeville dei The Divine Comedy. In controluce, anche i Radiohead di The Bends, più per dinamiche di apertura e tensione che per affinità diretta, insieme a un gusto per certa immaginazione cinematica tra surrealismo e metafisica anni Sessanta e Settanta.
All’eleganza e al dandismo oppongono una tensione costante tra controllo e disfacimento che trova in Blow (2004) il punto di emersione più compiuto. Quel disco li porta oltre il Belgio e il successore, Mirror Mirror, arriva ben sei anni più tardi senza i riscontri sperati. Poi il silenzio, interrotto oggi da un ritorno, W.O.W.A, che si presenta da subito nei termini di una rifondazione.
Non un classico reunion album ma un lavoro che suona come il loro disco Y2K mancato nato da circa novanta idee iniziali, distillate attraverso isolamento, registrazione ed evoluzione continua, fino a tredici brani “sopravvissuti” a un processo che ha privilegiato anche la dimensione live, sperimentata in una performance privata davanti ad amici e familiari come momento di verifica e messa a fuoco.
Determinante è la produzione di Dave Sardy ai suoi Hillside Manor di Los Angeles, spazio che ha ospitato lavori di realtà come Oasis e LCD Soundsystem e che si percepisce fin dalle sferragliate di Out Of Control e Morning Lights: brani che riattivano una sensibilità new wave filtrata attraverso il presente, in dialogo ravvicinato con la tensione di Antidepressants dei Suede e con le ultime prove dei Placebo.
Dentro questo perimetro si aprono deviazioni laterali ma coerenti con la traiettoria del disco: Snow White devia verso un white soul obliquo e deformato, Forever amplia lo spazio in direzione più cinematica tra falsetti e sospensioni, mentre Fool spinge verso un crescendo che sfiora la grandeur dei Muse, con i quali la band condivide una comune fascinazione per i Queen.
Un ritorno inaspettato, solidissimo, che si muove con coerenza interna: e proprio per questo merita tutta la nostra attenzione.
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