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Dopo la pausa più lunga che si sia mai preso lontano dal grande schermo, Checco Zalone (nome d’arte di Luca Medici) è finalmente tornato per confermare ancora una volta il suo status di re della commedia italiana contemporanea nonché di più grande autore di successo al box office del Belpaese negli ultimi quarant’anni, probabilmente.
Dal punto di vista dei numeri non c’è grande dubbio che sarà così, nonostante per Buen Camino il comico pugliese abbia deciso di fare “qualcosa di completamente diverso”, almeno sulla carta, rispetto a come si è mosso fino a questo momento. Questo perché Zalone – tornato a fare coppia con Gennaro Nunziante alla regia dopo quasi un decennio, ma senza Pietro Valsecchi alla produzione – riesce comunque a confermare la sua capacità di essere trasversale e accessibile.

Infatti Checco questa volta decide di interpretare un ricco nullafacente figlio di un magnate dell’industria che si occupa di divani. Una di quelle persone che non ha dovuto mai far nulla per tutta la vita – o forse non è mai stato in grado di far nulla per tutta la vita –, esponente quindi di quell’élite di super ricchi sempre più ricchi che ha inglobato le ricchezze della classe media, provocando la crisi del sistema liberale, eccetera eccetera.
Una maschera che prende in giro i pochi, anzi, i pochissimi, quindi diametralmente opposta rispetto a quella che il comico pugliese ha sempre interpretato nei suoi lungometraggi precedenti. In tutti infatti il nostro – in qualità di erede “studiato” del cinema italiano del Novecento – si era occupato dell’uomo comune e non dell’eccezione, pur avendo cura di uscire sempre come un vincente. C’è però da dire che la formula è sempre la stessa: anche qui c’è quel ribaltamento pensato ad hoc per la creazione di un cortocircuito con lo spettatore, che però ovviamente perde di mordente se poi dello spettatore si parla meno.

In Buen Camino la struttura è simile a tutte le – per la maggior parte brutte e soprattutto innocue – commedie nostrane degli anni Duemila, in cui un uomo ricco, superficiale, viziato e anaffettivo riscopre i valori che realmente possono dare senso a una vita che può essere benissimo misera anche se passata su uno yacht. In questo specifico caso Checco li scopre inseguendo la figlia minorenne Cristal (Letizia Arnò) lungo il Cammino Francés verso Santiago di Compostela, prima alla guida di una Ferrari, poi con dei mocassini ai piedi e, infine, come un vero pellegrino.
Per questo ritorno dunque il comico opta per un film dalla dimensione più intima, spogliandosi – letteralmente – delle sue sovrastrutture e arrivando così a parlare di una dinamica essenziale come quella tra padre e figlia. Della contemporaneità poco o niente, a parte una battuta, gratuita, su Gaza e un paio sull’Olocausto, e anche questo dice molto della difficoltà – o della poca convenienza – nel raccontare un tempo caratterizzato da un’incertezza senza precedenti per diverse generazioni.
Qualcosa della satira di Zalone comunque c’è, come dimostrano il paio di pennellate utili a dipingere il sottotesto riguardante l’estrazione sociale della ex moglie (una indicativamente ‘bianca’ Martina Colombari) del protagonista e del suo nuovo compagno – ancora: utilizzo piuttosto indelicato –, completandolo con la fuga della figlia minorenne da un focolare che così irresistibile forse non era. Lo stesso meccanismo con cui si decide di parlare degli adolescenti e degli anziani, che attualmente hanno un approccio alla vita e una percezione della propria funzione sociale agli antipodi. Anche qui però, pochissima voglia – o convenienza, repetita iuvant – di approfondire o di creare un contrasto efficace.

Oltre questi squarci, Buen Camino non regala altro, come chiuso in un percorso di meditazione necessaria che naviga tra la sincera necessità di interrogarsi – basti guardare al finale – e la tentazione di abbandonarsi completamente al buonismo e all’autoconsolazione, mettendo quindi da parte ogni tipo di vezzo dissacrante e ogni voglia di riflettere sui grandi temi che ci circondano e, in un certo senso, ci riguardano.
Paradossalmente forse proprio su questa scelta è, in ultima istanza, necessario fermarsi a riflettere. Perché se è vero che Checco Zalone è in grado, come nessun altro nel panorama italiano, di intercettare i gusti e i bisogni del grande pubblico, allora è altrettanto vero che gli si deve dare assoluta fiducia come termometro dell’umore popolare.
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