Recensioni

Ci sono momenti, soprattutto all’interno dell’industria cinematografica (e più in generale dello spettacolo), in cui la realtà supera la fantasia e in cui proprio uno strumento creato per esaltare la componente fantastica della vita può essere d’aiuto proprio a quest’ultima, quasi si trattasse di una terapia. Quest’anno ne avevamo già avuto un esempio esplicito con Honey Boy, il film scritto e interpretato da Shia LeBeouf sviluppato mentre questi si trovava in una clinica per la riabilitazione e che si concentra proprio sulla sua biografia, sul tormentato rapporto con la figura paterna e le pressioni dello star system.
Il cinema come terapia, tornare alla realtà attraverso la fantasia. Lo fa in maniera più implicita anche Ben Affleck, riprecipitato qualche anno fa nel baratro dell’alcolismo e tornato in rehab per una lenta e faticosa riabilitazione, se non altro per l’amore che da sempre nutre verso gli amici e, specialmente, i figli, avuti dalla (ex)compagna Jennifer Garner. Tornare a vincere non è una storia di rinascita, ma di accettazione. Ammettere di avere un problema è da sempre il primo fondamentale passo da compiere per una speranza di risoluzione finale e la pellicola di Gavin O’Connor, qui alla seconda collaborazione consecutiva con Affleck dopo il discreto The Accountant, è appunto il lungo percorso verso quel primo e maledetto passo, presentatoci da subito come un atto dotato di prodezza e coraggio sovrumani, com’è appunto sovrumana la forza che occorre per superare la morte di un figlio.
I parallelismi con la vita di Affleck si sprecano: dal lavoro in cantiere che rimanda al ruolo in Will Hunting alla separazione dalla ex-moglie, fino appunto ai problemi con l’alcool, riaffiorati nel corso della lavorazione dei film su Batman interpretati dall’attore (Batman v Superman, Justice League). Quello di Jack Cunningham, ex-promessa della pallacanestro che ha gettato la carriera al vento e che anni dopo si trova bloccato in un lavoro senza sbocchi e con una immane tragedia alle spalle, è un ritratto sincero e sofferto, frutto di una condizione che ben si conosce, vissuta sulla propria pelle. Terapia più che interpretazione, processo di guarigione e comprensione più che introspezione. O’Connor dirige con mestiere senza scavalcare mai il suo attore, ponendosi di fianco a lui, alcune volte distanziandosene per lasciargli la giusta prospettiva sul racconto. Una fotografia perennemente grigia (così come grigia è la scala di colori a cui si affidano anche costumista e scenografo) non fa che esaltare l’amosfera disperata e senza via d’uscita che incastra il protagonista sotto le sembianze di una lunga sequela di lattine di birra, di boccali scolati al bar, di caffé corretti.
Corretto e per nulla sentimentalista il finale, che sceglie appunto la giusta distanza tra emozione e commozione, per concludere senza effetti pirotecnici un racconto che desidera rimanere reale nella mente dello spettatore e soprattutto ribadire come di storie di questo tipo il mondo sia purtroppo sempre più pieno. Previsto inizialmente per l’uscita nelle sale, il film è approdato direttamente in streaming on demand e download digitale lo scorso 23 aprile a causa della pandemia da Coronavirus.
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