Recensioni

“Frontiere? Non ne ho mai viste, ma ho sentito che esistono nella mente di alcune persone” diceva Thor Heyerdahl, esploratore norvegese di casa dalle parti di Ventimiglia. Ma forse lui, che ha attraversato oceani su una canoa, non conosceva l’inferno africano, il limbo di San Ludovico, la tratta balcanica e i cavilli di Schengen. E non aveva potuto ascoltare un disco che di quelle frontiere, di quei muri, racconta la disperazione, in cerca di terre promesse rivendicazioni politiche.
Prodotto da Francesco Cerasi e uscito per Bonimba/Santeria/Audioglobe, Kulbars di Gaube è un disco di debutto che suona come un’esplorazione matura e possente, di sicuro il tassello che mancava alla nuova leva del cantautorato italiano. È un disco politicamente e socialmente impegnato nel fotografare i fenomeni migratori e il loro carico umano, ciò che avviene a pochi km di distanza con lo sguardo e l’emozionalità di un antropologo sonoro. È anche un disco drammatico, triste, di non immediata assimilazione, che necessita piuttosto di essere ascoltato più volte, rispettando l’ordine delle tracce, essendo i brani legati tra loro a livello testuale.
Un vero e proprio concept album, dall’approccio impegnato tipico degli anni ‘70, Kulbars offre nove – bellissimi – brani che non presentano la classica struttura pop strofa-ritornello andando invece a pescare nell’architettura del prog rock, nella psichedelia à la Syd Barrett, ricordando alcuni lavori degli Area e la decadenza integralista e forsennata de Il Balletto di Bronzo, evolvendo gradualmente verso certe tendenze jazz-rock alla Soft Machine.
Con Gaube, dietro cui si cela il cantautore toscano Lorenzo Cantini, la musica torna ad avere un ruolo centrale nel porre interrogativi, nello scatenare riflessioni e l’arte tutta offre una lettura primaria di un contesto che non è più solo privato ma diviene globale. Siamo nel mondo, siamo del mondo, come cantava quasi vent’anni fa Lindo Ferretti. Militante e coraggioso, Kulbars è un disco ardito, lucido, amaro e carico di un’urgenza artistica e sociale rarissima nella tempesta attuale di like, fuori ora, fuori tutto. Chi si occupa più di narrare le disuguaglianze sociali, la questione di classe, lo sfruttamento sul posto lavoro quando ciò che ha la priorità è l’apparenza legata a un folle e insulso primeggiare sugli altri.
Il talento denso e l’intelligenza musicale di Cantini impastano un suono dominato dalla voglia di essere unici, un desiderio di suonare rock ma in modo totalmente diverso da quanto avviene nel resto della scena: chitarre taglienti, bassi sghembi, mellotron oceanico, drumming virtuoso, synth nebulizzati, tra minimalismo meditativo e sperimentazione elettronica, producono nove microfilm privi di montaggio eppure fluidi, organici. Tra militanza e cantautorato d’istinto, la lotta di Gaube è arrivata sui nostri giradischi con una scrittura pervasiva che invade i silenzi senza riempirli forzatamente alla costante ricerca di un malinconico abbraccio all’umanità perduta.
Già la scelta del titolo lascia intendere l’urgenza avvertita dal cantautore di palesare una realtà, quella dei kulbar, poco nota e di sicuro mai raccontata dal mondo della musica: i kulbars sono lavoratori che mantengono le famiglie trasportando merci attraverso il confine di iracheno, iraniano, turco o siriano. A piedi, portano i carichi lungo sentieri di montagna rocciosi, ripidi e scivolosi. Lungo il percorso, molti si feriscono, muoiono nelle bufere di neve o vengono colpiti dalle armi della polizia di frontiera. Gaube tratteggia per loro un’epica terragna e fisica che passa anche attraverso la scelta linguistica di un realismo cassoliano di denuncia: le bastonate sul cranio di Verme, il grasso scivolare di Arriverà, gli avanzi raccattati di Confini, la distesa idiota di La crepa, il declino o i corpi trasparenti di Muro rendono la scrittura di Kulbars un felicissimo esempio di onestà lirica, radicata nel presente eppure figlia del passato, quel nano sulle spalle del gigante che vede più lontano.
“L’arte deve tornare a farsi politica e per farlo deve necessariamente legarsi alle grandi questioni del presente”, confessa il cantautore militante, rimarcando il bisogno di legare la propria produzione a una forte attenzione sociologica e politica, corrodendo le coordinate conosciute e familiari di psichedelia e prog per un’avventura cosmica capace di farci intravedere i giorni del futuro.
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