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Probabilmente non finirà mai nelle Stra-lezioni televisive di Morgan, perlomeno non con una puntata interamente dedicata, ma un pezzo di storia del cantautorato italiano, Garbo a suo modo l’ha fatto. Tra gli artisti (Litfiba, DiaframmaFaust’O i principali) propulsori della new-wave nostrana di inizio Eighties, con il suo pop suadente, elegante, “robotico” ma caldo, a sua volta mutuato dall’universo 70s popolato da Brian Eno, David Bowie e krautrock tutto, l’artista milanese al secolo Renato Abate ha influenzato parecchi di coloro successivamente accodatisi allo stuolo pulp di richiamo, Bluvertigo e Baustelle su tutti.

Dopo otto anni, il 65enne compositore torna con un lavoro di inediti. Nel Vuoto è titolo che riassume un po’ il suo giudizio sui tempi attuali: «Stiamo galleggiando in un vuoto culturale e sociale enorme – ha spiegato il musicista –. Questo provoca una solitudine intellettuale e fisica tangibile, toccabile con mano e nella mente nel quotidiano». Accorgersi della realtà, e denunciarla, resta oggi prerogativa di chi evidentemente non ha più nulla da dimostrare e non ha rendite da posizione, vedasi anche le opinioni espresse da Enrico Ruggeri, altro cantore meneghino doc e a suo tempo compagno di scorribande wave dello stesso Abate (del quale è praticamente coetaneo), durante la pandemia.

Anche essere se stessi è prerogativa di chi se lo può permettere e in questa sua sedicesima fatica in studio Garbo è innegabilmente se stesso, con tutto se stesso. Nel Vuoto è pieno di contenuti, schivo ma a suo modo eccentrico, glitterato. E se il primo dei due blocchi in cui l’opera è suddivisa fa capo a un pop quadrato a base ovviamente di synth, tastiere e archi (ma pure fiati) che rispolvera la lezione di Roxy Music, Japan e Ultravox, il secondo è affogato in una ambient beneficamente malsana e dagli intarsi drone, omaggio a quell’immaginario anni ’70 di cui sopra. Peraltro la ripartizione in due capitoli distinti richiama proprio quella che caratterizzava l’opera maggiore del genio del Suffolk, Before And After Science. Ricordate? Prima parte “metropolitana” e seconda ascetica.

Lo schema qui è plasticamente riproposto a mezzo di una quaterna di brani nobilmente radiofonici, nella quale spiccano la fiera opening Come Pietre e la depechemode-iana (altezza Violator) Mai Più, seguita da una ballad piano/voce(/archi) (Sembra) a far da ponte con la sezione più sperimentale contrassegnata da un trittico (Coscienza-To Mars-Contatto) puramente discreet. Sì, discretamente, e con Garbo (perdonatemi), si può ancora dire la propria nonché ribadire il proprio diritto a starci, nella scena odierna.

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