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Quattro anni fa, nel pieno della pandemia, i Garbage pubblicavano un album incentrato su MeToo, Black Lives Matter e antitrumpismo di prima ondata. Oggi tornano con Let All That We Imagine Be the Light, un lavoro che riflette sull’oscurità del presente. Il loro essere spesso un pelo in ritardo rispetto agli eventi globali non è una novità. Del resto si può capire, Shirley Manson ha attraversato anni complessi: un’operazione all’anca dopo una caduta sul palco e la perdita della sua cagnolina, episodi che – a suo dire – hanno influenzato profondamente la sua scrittura.

All’interno della band del Wisconsin, il baricentro espressivo resta lei, la vocalist scozzese che, pur nel costante gioco collettivo del quartetto, si pone come “padrona di casa” che relega inevitabilmente Butch Vig – fondatore del combo e storico produttore di Nevermind – a un ruolo più defilato, almeno dal punto di vista mediatico, lasciando spazio a un’autrice che oggi si propone come “faro nel buio”.

Facciamoci guidare, allora, da questa luce salvifica, anche se i buoni propositi (“Ero determinata a trovare un mondo più speranzoso e edificante in cui immergermi”, ha dichiarato la Manson, spiegando come il disco rappresenti una risposta all’oscurità degli ultimi anni) vengono frustrati da un singolo di lancio, There’s No Future in Optimism, in verità un po’ contraddittorio per titolo e mood, oltre che per il videoclip che l’accompagna. Il pezzo è un solido elettro-rock d’impatto, con ritmica serrata e immaginario distopico: elicotteri nel cielo, cortei e forze dell’ordine in assetto antisommossa, perfino citazioni da Game of Thrones. Un brano tipicamente Garbage: teatrale, visivo, politicamente carico, ma privo di mordente.

Dello stesso tenore è Get Out My Face aka Bad Kitty, che rispecchia appieno quello stile Garbage oramai arcinoto, fatto di schitarrate, synth cattivi, ritmica serrata e moine da bad kitty della frontwoman, che continua a coltivare l’immagine della donna forte e ribelle, in dialogo con le sensibilità espresse da nuove icone del pop come Taylor Swift, Dua Lipa o Billie Eilish (omaggiata in Chinese Fire Horses). Il resto dell’album si dipana tra momenti danzerecci in stile Cardigans con atmosfere anni ’80 à la Stranger Things (Have We Met), parentesi space-pop poco incisive (R U Happy Now), ballate cupe ma non memorabili (Radical) e tracce robotiche dal tono adolescenziale (Hold). Tutto già sentito, tutto tremendamente vetusto.

Del resto, dopo quel gradevole e per certi versi imprevisto primo album che sorprese un po’ tutti a metà degli anni Novanta, i Garbage hanno faticato a rinnovarsi e già con il secondo album il loro suono si era fatto più patinato e orientato al mercato, con il risultato che oggi quella formula suona ancora più svuotata di senso e fuori dal tempo.

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