Recensioni

Dovrebbe forse stupire in questo disco l’amore di cui sembra
pervaso? La devozione, il trasporto, diciamo pure la gioia che gronda
praticamente da ogni nota? Figuratevi: un clarinettista che incide un
album in omaggio allo strumento cui ha dedicato – diciamo pure – la
vita, anzi al legno stesso di cui è costituito – l’ebano – nonché
all’arte artigiana di chi ne plasma l’anima secondo le istanze del
suono, di quella voce lirica e mercuriale, arcaica e modernista.
Gabriele Mirabassi è un perugino classe ’67 che negli anni ha saputo
splendidamente stemperare la formazione accademica col jazz e una
spiccata attitudine per la musica popolare sudamericana, mettendo in
fila fruttuose collaborazioni con Richard Galliano, Stefano Battaglia, Riccardo Tesi, Ivano Fossati, Enrico Pieranunzi ed il chitarrista brasiliano Guinga tra gli altri.
In
questo che è il suo quindicesimo titolo in poco più di un decennio, si
fa accompagnare da chitarra acustica, contrabbasso e batteria, ma non
pensate ad una base ritmica su cui il leader possa pennellare le
evoluzioni del clarinetto perché quel che ne esce è un signor
quartetto, capace di misurato ancorché palpitante interplay la cui
“febbre” puoi rilevare soprattutto nella bossa tra serio e faceto di Chegou e in quella spigliata e garrula di Ve’ se gostas.
C’è questo senso di stare al gioco con puntiglio e brio, con dinamismo
e raziocinio, che consente sfarfallii agili e felpate delicatezze,
cangiante apprensione e friabili arguzie.
Spiccano tra le composizioni – tutte originali – l’iniziale Chisciotte dall’impeto flamenco ed il lirismo tragicomico (già sentita nello spettacolo Chisciotte e gli invincibili con Gianmaria Testa ed Erri De Luca), e la title track pervasa di malinconia un po’ chapliniana con nuances Bachalov.
Suggestioni che definiremmo cinematiche non fosse per l’inflazione
dell’aggettivo, ma è pur vero che certe sospensioni, certi trapassi,
certi slanci atmosferici sembrano fatti di sogno, memoria e – appunto –
celluloide.
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