Recensioni

Flat. Piatto. È la parola che Ian MacKaye e Guy Picciotto usano, separatamente, in due macchine diverse, guidando verso Washington D.C. su un’Interstate del Midwest nel novembre del 1992, le cassette dei rough mix di Steve Albini nel lettore. I due veicoli si incontrano in un autogrill in Ohio e le quattro persone che compongono i Fugazi scoprono di avere raggiunto la stessa conclusione in modo indipendente. Quello che avevano registrato nei tre o quattro giorni precedenti nel seminterrato della casa-studio di Albini su North Francisco Avenue, Chicago, non sarebbe stato pubblicato. Le canzoni suonavano piatte.
Trentatré anni dopo, quelle registrazioni escono come Albini Sessions (Benefit for Letters Charity), rilasciate da Dischord, solo in digitale su Bandcamp, tutto il ricavato alla Letters Charity, l’organizzazione co-fondata da Albini e sua moglie Heather Whinna, che distribuisce denaro direttamente a famiglie in povertà senza intermediari e senza giudizio. Albini è morto nel maggio del 2024. Questa pubblicazione è un atto elegiaco e un atto politico allo stesso tempo, i due registri perfettamente sovrapposti come lo erano stati in tutta la vita di uno degli ingegneri del suono più intransigenti che la musica rock abbia mai generato.
Parte del materiale aveva circolato per decenni come bootleg di qualità scadente. Quello che la pubblicazione del 2026 fa, dai master tape rimasterizzati da T.J. Lipple, è restituire all’episodio la sua consistenza reale, ovvero dodici tracce, le canzoni di In On The Kill Taker, registrate in pochi giorni da una band che aveva noleggiato un minivan carico di strumenti e percorso dodici ore perché era in un momento di stallo.
I Fugazi avevano apprezzato l’estetica dei primi dischi dei Jesus Lizard – il suono scheletrico, percussivo, il basso come motore ritmico, la chitarra come bisturi industriale – e la filosofia di Albini, ovvero niente eccesso di compressione e niente equalizzazione correttiva, per una registrazione audio come atto di rappresentazione fedele della band, piuttosto che cosmetica audio a fini commerciali.
Da un punto di vista più strettamente musicale, l’Albini Sessions produce un’esperienza che la versione ufficiale – prodotta meno di un mese dopo da Ted Nicely all’Inner Ear Studio – distribuisce in modo diverso. Le chitarre di MacKaye e Picciotto hanno una presenza fisica immediata, una rugosità e una prossimità che la registrazione di Albini cattura senza mediazione. Brendan Canty picchia il rullante con quell’intenzione precisa che ha sempre caratterizzato il suo stile. Joe Lally al basso tiene il centro di gravità senza reclamare attenzione. La mano di Albini è evidente nel suono, una firma acustica subito riconoscibile come in Surfer Rosa dei Pixies o Rid of Me di PJ Harvey per fare due esempi. Ma i Fugazi non sono i Pixies. La loro musica non chiede un trattamento ruvidamente punk, da corpo che esplode. Anche nei momenti più hardcore quello dei quattro di Washington D.C è sempre il suono di un organismo riflessivo, che pensa. Questa incompatibilità di architettura tra la fisiologia del Fugazi sound e il paradigma documentaristico di Albini spiega le cassette nell’autoradio, il giudizio unanime e l’autogrill in Ohio come luogo del verdetto. Giudizio condiviso poi con lo stesso Albini, che di suo era arrivato alla stessa lettura. Entrambi avevano ragione, per questo la decisione era inappellabile.
Era di fatto il naufragio di un matrimonio che sembrava scritto dal destino. Con la Dischord Records, i biglietti a cinque dollari, il rifiuto dell’offerta milionaria dell’Atlantic Records nel backstage del Roseland Ballroom di New York, MacKaye e la band avevano costruito la propria indipendenza come sistema di valori incarnato nelle pratiche quotidiane, la stessa logica con cui Albini aveva costruito gli Electrical Audio con tariffe trasparenti e rifiuto delle royalties. Entrambi operavano nel circuito rock dell’uso etico contro il circuito dello scambio meramente commerciale. La Letters Charity è la continuazione di quella logica, oltre la morte.
Quello che rimane è la sensazione di avere visto una fotografia di qualcosa che si stava ancora formando. Le canzoni erano già complete, ma mancava qualcosa della tensione interna che la versione di Nicely avrebbe trovato. Albini stesso scrisse alla band condividendo quella conclusione, ammettendo che il proprio contributo era stato insufficiente al progetto, con lucidità e senza difensiva. Una dimostrazione – tra le tante – di etica e integrità morale come se ne vedono poche ormai, negli orribili USA di questi giorni.
Amazon
