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«Do what you wish, It’s time» sussurra Francesca Bono in Velvet Flickering Heart, brano apripista di Crumpled Canvas, esordio solista della musicista di stanza a Bologna. Una strofa emblematica – incastonata tra le seducenti traiettorie disegnate dal violino di Silvia Tarozzi – che suona come un personale richiamo all’azione, all’esserci qui e ora, per mettere a fuoco ciò che la stessa artista definisce come «uno dei possibili “esordi” da solista».

E se può sembrare strano parlare di esordio, data la moltitudine di progetti e collaborazioni che vedono Bono protagonista – soltanto un anno fa al fianco di Vittoria Burattini (Massimo Volume) nel progetto Bono / Burattini e il loro Suono in un tempo trasfigurato (Maple Death Records), senza tralasciare il ruolo centrale ricoperto negli Ofeliadorme di cui è fondatrice – Crumpled Canvas è però il primo lavoro interamente riconducibile alla sola Francesca Bono.

L’album prende forma con naturalezza tra le mura domestiche dell’artista che, tra il 2017 e il periodo post-Covid, sperimenta sulla propria pelle nuove nascite e improvvisi lutti, mentre la pandemia espande il proprio raggio d’azione: elementi che si riflettono come in uno specchio nelle inquiete venature di otto brani caratterizzati da pennellate impressioniste che delineano le “tele stropicciate” di Bono.

A guidarne le suggestioni è la mano attenta di  Mick Harvey (The Birthday PartyNick Cave and the Bad Seeds), qui in cabina di regia, che snellisce i mood cupi e viscerali a favore di una fruibilità squisitamente “pop”; e se l’imprevedibilità è la costante, sono gli stati d’animo e le angolazioni sonore di ogni singolo brano a rappresentare la variabile.

Si pensi all’incipit di Black Horse – brano che richiama la PJ Harvey di I Inside the Old Year Dying – che da folk da camera si trasforma in tempesta carica di loop ipnotici nella parte finale, o alle allucinazioni ipnagogiche di The Trick (“Plans never meant to be / Unable to see / You were losing grip”), o ancora alle basse frequenze dreamy di For D, in cui echi di Hope Sandoval si fondono a un trascendente desiderio di rinascita (“Bring me back to where we began / I’ve been waiting to meet you”).

Non mancano richiami a un certo tipo di rock sporcato da venature blues (Bologna’s Bliss and Conversation), che ricorda la Beth Gibbons di Lives Outgrown, mentre serpeggia sottotraccia un’animosità trip-hop (Bitten Tongue) che richiama Ununiform di Tricky, lì supportato da una Martina Topley Bird in stato di grazia. In chiusura, tra le pieghe sconquassate delle tele, navighiamo i ‘cieli infuocati’ di Raging Fire e la cullante e dolorosa Fracture (I’ll come through / Though it feels like forever / All I need is just a little more time) entrambe in rotta di collisione con una jam sognante a base di Massive Attack e Portishead.

In poco più di trenta minuti, la Nostra condensa su tela un’emotività forte e seducente, e soprattutto, sincera verso quella parte di vissuto che sembra ora spingerla lungo un sentiero più intimo e personale. A distrarre chi ascolta sono forse i riferimenti troppo espliciti ad universi sonori interiorizzati così profondamente dalla musicista, da rendere meno definiti i tratti fisionomici della sua nuova creatura. Il disco però funziona, e bene. Lasciamo al tempo l’onere di far fiorire i germogli.

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