Recensioni

Con questa doppia operazione antologica (sta per arrivare anche un cofanetto dedicato ai primi anni della band) i Flaming Lips sembrano porre un punto fermo in un percorso da sempre in movimento e che punta in genere verso direzioni imprevedibili. Anche per loro, insomma, è arrivato il tempo di tirare il fiato e di celebrarsi. Lo fanno con la grandeur tipica della casa, con la voglia di stupire con effetti speciali pure quando si tratta di assemblare una semplice raccolta. Perché noi siamo scienza ma siamo anche fantascienza, sembrano volerci dire mentre ci consegnano un Greatest Hits Vol. 1 in doppia confezione: il corto e il lungometraggio, il più canonico singolo dischetto da 11 tracce e una versione deluxe da tre CD che somiglia molto a un audiofilm su una tranche di carriera ampia e ricca, venticinque anni all’ombra di una major, un periodo lungo e complesso, da valorizzare tanto più perché di un gruppo non proprio “inquadrato” dai meccanismi del business.
Puntualizzazione obbligatoria: a Hit to Death in the Future Head, che è il punto di partenza nella nostra antologia e quindi della ricognizione del percorso dei Flaming Lips che da questa scaturisce, Wayne Coyne e i suoi arrivavano attraverso i primi album targati Restless, più tardi condensati da un cofanetto dal titolo programmatico (Finally Punk Rockers Are Taking Acid) e ora da un nuovo box targato Rhino/WB che dovrebbe uscire a fine mese (Scrathing the Door and Seeing the Unseeable). Il suggello di questo primo periodo conteso tra paradigmi Sixties e nuovi codici nevrotici Eighties, risponde al nome di In A Priest Driven Ambulance, l’album in cui entrava in scena alla console Dave Fridmann e dove era una tantum della partita anche Jonathan Donahue dei “cugini” Mercury Rev. Da questo disco ancora indie e dalla sua doppia anima – un rock gasato da un esilarante wall of sound post-shoegaze e una vena melodica brillante ed evocativa – discende anche il seguito dell’avventura flaminglipsiana raccontata da queste hits alternative.
Torniamo a bomba però. È il 1992, il grunge intorno impera ma i Flaming Lips fluttuano nel (loro) mondo più leggero, fumoso e colorato. Da allora seguono un percorso pieno di suggestioni parallele e contaminazioni ma anche personale, con una identità che si fa strada ormai sicura in Hit to Death in the Future Head, in mezzo a bordate di feedback-rock e melodie gommose, tra una versione più gentile dei Dinosaur Jr (Talkin’ ‘Bout The Smiling Deathporn, Immortality Blues), un pop beatlesiano (Hit Me Like You Did the First Time) e un’eco dei cicloni melodici degli amici Mercury Rev (Frogs). Le citazioni non mancano ma nemmeno gli scarti laterali e gli smarcamenti dalla scena contemporanea nonché dal proprio stesso stile. Disco magistrale, e prima di arrivare a un altro che si possa definire allo stesso modo, le canzoni melodiche contese tra frange di vecchia e nuova psichedelia diventano sempre più il marchio di fabbrica della casa di Oklahoma, dando forma ad altri due capitoli segnanti: Transmissions from the Satellite Heart, il cui biglietto da visita è la supermemorabile filastrocca da Barrett al rosolio corretto con chissà quale sostanza strana She Don’t Use Jelly (testo delizioso per una melodia che lo è altrettanto, anche se un po’ sciocchini tutti e due), oltre a una delle melodie più malinconiche ed edificanti del repertorio (Slow Nerve Action); Clouds Taste Metallic, controverso, per molti fuori fuoco e ancora avvampato di chitarre rockeggianti. Nella versione deluxe c’è anche spazio per un brano di Zaireeka, mirabolante idea di un album frazionato per tracce da ricomporre suonando quattro compact disc contemporaneamente (con tutte le storture e gli accidenti tecnici del caso). Riding to Work in the Year 2025 (Your Invisible Now) si sentirà ora per la prima volta come una canzone “normale”? (Forse sì, e pensiamo a cosa significasse far digerire l’azzardo a una major: solo per questo, chapeau!).
È il 1999 quando arriva un’altra sorpresa da maestri, ovvero il pop sinfonico di The Soft Bulletin, lavoro della svolta dove le stratificazioni di rumore chitarristico cedono il passo a un tripudio di arrangiamenti che portano in primo piano archi, tastiere, synth, percussioni e melodie mai così “classiche” (Race for the Prize, l’opener perfetta e vero manifesto). Pure in questa fase non è che i Nostri rinuncino alle stranezze come i blip, le glitchate e i suoni sci-fi in mezzo alle campane tubolari, ai gong e alle folate cameristiche che sono materia sonora di ballad tenerone come la title-track di Yoshimi Battles the Pink Robots e le sue coeve In the Morning of the Magicians e Do You Realize?. Siamo ormai nell’epoca della piena maturità (che corrisponde al secondo dischetto dell’antologica), dove i lavori nuovi non ridefiniscono più tanto il suono del gruppo ma sono capaci di incastrarlo sempre dentro nuove suggestioni e di non dare punti di riferimento scontati. Guizzi di scrittura che non tutti hanno nelle loro corde e la capacità di spaziare e spiazzare ogni volta si notano dai particolari che danno ai pezzi più chiavi di lettura e non solo quella melodico/orecchiabile: pensiamo a Yeah Yeah Yeah Song e al suo strampalato pezzo di polifonia vocale, o ai (poli)ritmi hip-hop e agli sghiribizzi elettronici che punteggiano una ballata toccante come The Castle. Un riassunto non completo in fin dei conti, ma abbastanza esaustivo del perché sia valsa la pena di seguire l’evoluzione di Wayne Coyne, da punk in acido a rocker assoluto.
Con gli odds & sodds raccolti nel terzo disco si rifà il percorso nel tempo a partire dagli outtake del periodo Hit to Death of the Future Head. Tra ripescaggi di singoli in tiratura limitata, pezzi forti di concerti mai usciti su album (The Captain, outtake di Soft Bulletin) e altro materiale da cultori sparso tra colonne sonore di documentari sulla pesca a mani nude in Oklahoma (!!), gadget venduti ai concerti e altre chicche per superfan, spuntano fuori cose comunque interessanti: 1000ft Hands, che sembra un incrocio tra gli Smiths e i Mercury Rev, lo strumentale countryeggiante Noodling Theme, una versione pianistica di The Yeah Yeah Yeah Song, ma anche altre outtake e altri inediti piacevoli quando non di discreta o davvero buona fattura (Up Above the Daily Hum, We Can’t Predict the Future, I Was Zapped By The Lucky Super Rainbow). Il tutto – dall’inizio alla fine – appositamente rimasterizzato dal fido Fridmann.
Oltre a fare le cose grande, insomma, i Flaming Lips le hanno fatte per bene. Non c’è che dire. Se celebrazione dev’essere, che celebrazione sia.
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