Recensioni
Sostituito Gabay con i batteristi George Javori e Jim Kimball e avvalendosi
dell’ottimo lavoro agli archi di Hahn Rowe e Jane Scarpantoni, Tod
A. realizza il fatidico miglior lavoro (almeno finora) della sua carriera.
L’album è sia un piccolo gioiello d’arrangiamenti e produzione,
sia una collezione di brani dalle solide liriche e dalle notevoli atmosfere.
Mirabile dunque la coesione dell’ensemble, sempre compatto attorno al leader
(nei credits risultano diciotto persone, di cui soltanto tre rappresentano lo
zoccolo duro: Denison, Ouimet e Rowe), encomiabile il ruolo nella stanza dei
bottoni del buon Doug Henderson; infine, ottima la formula della power-ballad che
in questa sede acquista una maturità compiuta.
Non mancano le influenze etniche e il noir, sia come innesti sul formato
canzone, sia come intreccio strumentale: l’iniziale Ponzi Theme non è altro
che un sipario da spy movie anni ’70, mentre El Borracho (Ponzi’s
Relapse) una mortifera marcia funebre a ritmo di walzer.
Stesso discorso per il gospel indiavolato di Knock ‘Em Down, la fanfara
che apre Drunkard’s Lament, gli schiocchi di dita da vampiro rockabilly anni
Sessanta e il refrain rubato da Tainted Love di So Long, Superman. Tocchi
di classe per non appesantire troppo l’atmosfera melodrammatica, di amara
confessione che in fin dei conti rappresenta lo schema di Ponzio. Cuore dell’album è,
nei fatti, il polittico di piccoli classici quali Green Light (In Stereo), Dropping
Like Flies, Caroline, Isle of Dogs e Drunkard’s Lament, nei quali
una rodata coppia – Ashley (voce)/Denison (chitarra) – macina melodie amare e
vissute, innamorate del tragico e irrimediabilmente melanconiche.
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