Recensioni

7.2

E’ ancora possibile mischiare suoni acustici e sintesi elettroniche senza risultare banali o ridondanti? L’ex dj di Ninja Tune Fin Greenall, in arte Fink, aveva già dato buoni segnali anni fa con i tre Biscuits For Breakfast (2006), Distance and Time (2007) e Sort of Revolution (2009). In pochi se ne accorsero, e con Perfect Darkness (2011) il musicista britannico rilanciava dando alle stampe un lavoro in perfetto equilibrio tra sonorità minimal e incursioni trip hop. Consolidato un discreto seguito, Fin Greenall torna con un disco prodotto e suonato meglio, più ambizioso e volitivo. No, non è il disco che aggiunge quella definitiva marcia in più e, probabilmente, è anche meglio così.

Fink è ancora lontano dai più collaudati ecosistemi folk (Bon Iver, Andrew Bird), quanto da certe sperimentazioni (Yorke, Blockhead, Sufjan Stevens). Hard Believer ha una suona dimensione, un suo panorama nel quale si muove con grande naturalezza tra fascinazioni ambient, raffinate soluzioni acustiche e una salda atmosfera che accompagna l’ascoltatore senza mai annoiarlo. Con il piglio da navigato dj il Nostro riesce a non risultare mai scontato e mai scintillante ma sempre convincente, unendo con grande naturalezza pezzi di suoni e influenze di stili.

Giocato in un campionato tutto suo, interessanti impasti armonici (il climax evocativo di Green and the blue, la tellurica Pilgrim o la più scanzonata Shakespeare), una voce profonda e una perenne tensione melodica (Looking Too Closely) fanno di Hard Believer un piacevolissimo disco e di Fink un artista da non perdere mai d’occhio. Sarebbe un peccato.

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