Recensioni

Il terzo disco post-svolta di Fink porta la quasi rivoluzione del titolo, che consiste in realtà in una messa a punto, una focalizzazione verso uno stile che accentua il minimalismo e i toni sommessi, al punto che le nuove canzoni riecheggiano lo Smog meno rock, sia come timbro vocale che come mood generale.
Ma non si tratta di passo indietro verso quel tipo di canzoni presenti in Biscuits For Breakfast e quasi del tutto abbandonate in Distance and Time a favore di un folk-rock a modo suo classico, quanto invece di un consolidamento della propria voce e della coerenza stilistica.
Gli altri strumenti, ancor più che nei due precedenti capitoli, si limitano ad intervenire qua e là per accentuare o sottolineare (fanno eccezione Maker e il piano di John Legend in Move On Me), lasciando al centro la chitarra acustica e la batteria, le quali ora assecondano le ballad ora ci giocano di contrasto movimentandole ed evitando di finire in una versione slacker del lato B di Berlin: la prima con pennate da Kaukonen solista (la title-track, Nothing Is Ever Finished), la seconda suonando i sedicesimi come se fossero quarti, con ritmi che mostrano qua e là il dj che Fink fu.
Un gioco condotto sul filo del dettaglio e del particolare, con gusto e delicatezza di tocco che dà brio anche al gospel senza fretta di Q & A e che fa sparire la sutura tra le canzoni scritte e il modo di presentarle.
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