Recensioni

Quante volte, specialmente diventando definitivamente adulti, presi da responsabilità e preoccupazioni, ancor prima di aprire gli occhi al mattino ci sentiamo trasportati in una dimensione mista di ansia e straniamento. In quel dormiveglia che precede lo scontro con la quotidianità, il nostro subconscio ci presenta il conto delle nostre paure, anche – o forse soprattutto – di quelle che non sappiamo di avere.
O, per vederla in un altro modo, in quello spazio non completamente razionale le nostre capacità di ingabbiare i nostri fantasmi sono ridotte al minimo e qualcosa arriva alla superficie, travalica il confine tra gli emisferi del cervello, attraversa la nostra ghiandola pineale e si fa res extensa. Sembra questo il centro poetico di Borrow Trouble, il brano che verso la fine del programma, con il suo arrangiamento molto David Bowie altezza Berlino, scuote la scaletta, dà quella scarica che appaga l’ascolto e fa pensare di essere davvero di fronte a un disco importante.
La frattura sonora di Borrow Trouble è ancora più importante perché la quasi totalità del resto del sesto disco dell’artista canadese trasferitasi a Los Angeles è un affaire soprattutto acustico, giocato sul rapporto tra chitarra e voce, qui spesso trattata come un vero e proprio strumento. Il trait d’union infatti è un uso sapiente, molto raffinato e azzeccatissimo dei riverberi, degli echi e delle sovraincisioni delle linee vocali. Ne vengono fuori giochi di specchi che sanno di Joan Baez che si moltiplica (le moltitudini del titolo?) all’infinito (The Redwing) o nenie folk (Of Womankind) che con il supporto di poca, minimale orchestrazione, diventa un brano senza tempo ma infuso di soul, non nel senso del genere, ma dell’attitudine musicale. Brano, Of Womankind, che tra l’altro è un omaggio esplicito all’Odissea di Omero, accoppiando alla perfezione forme romanticamente classiche al classico per eccellenza.
Tematicamente il disco è un’esplorazione della vita recente dell’artista: l’adozione di un bimba e, a poca distanza di tempo, la scomparsa del padre. Ne esce un disco agrodolce, capace di grandi delicatezze introspettive (Love Who We Are Meant To) e di empatiche riflessioni sull’esistenza (Become the Earth). Il riuscire o meno a farcela, nell’insensatezza di alcuni eventi della vita, è un altro dei temi che fa capolino qui è là, come in Hiding Out In The Open, in cui Feist canta: “Everybody’s got their shit/ But who’s got the guts to sit with it?” (Abbiamo tutti i nostri casini, ma chi ha lo stomaco per reggerli?).
L’opener In Lighting è l’anello di congiunzione con un altro pezzo della carriera di Feist, con i suoi accenti alt rock che riportano un po’ la scena canadese che l’aveva lanciata oramai un ventennio fa. I Tool All of My Rings Off è innervata di un nervosismo elettrico ed elettrizzante, forse figlio di quel vento che la finestra aperta sul mondo lascia entrare, scompigliando tutto (“to let in the wind and get rid of what might have been”), in equilibrio tra rimpianto e nostalgia di un tempo non vissuto. Il programma si chiude una campfire song, Song for Sad Friends, con cui Feist ci conforta (“non siate tristi, amici miei/ è l’ultima cosa che vi dico”). Ma non è una consolazione facile e pret-a-porter, perché l’amaro è sempre lì, ed è giusto che ci sia: “If you’re sad, my friends/Why would I take that away?” (se siete tristi, amici miai, perché dovrei portarvelo via?”).
Disco maturo, vissuto, vero, che lascia pochi dubbi sulla forza della voce di Feist e sulla necessità che abbiamo, ancora oggi, di essere confortati, di tanto in tanto, da una cantautrice e dalle sue canzoni. Fragili, talvolta precarie, come la vita.
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