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8.5

Nel 1989 la parola del momento è “crossover”, che i più anziani ricordano essere stata utilizzata qualche anno prima per identificare l’hardcore metallizzato di band come i DRI, ma che alla fine del decennio (e ancor di più all’inizio dei 90s) finisce per indicare tutto quello che sta all’incrocio fra rock underground e black music.

Fra le band che già da qualche tempo hanno iniziato a inserire corpose basi funk nella propria musica ci sono i Faith No More. È dal 1983, anno della pubblicazione del singolo We Care a Lot, che i FNM producono una strana miscela di new wave nerboruta, punk sincopato e bassi slappati. Difficile trovare una band meglio assortita: da una parte c’è la chitarra di Jim Martin, affilata al tornio dell’hard rock anni Settanta (in particolare sui riff dei Black Sabbath e dei Led Zeppelin), dall’altra le fluorescenze wave affidate alle tastiere di Roddy Bottum. La stessa sessione ritmica si divide fra la possanza metal del batterista Mike Bordin e i fluidi tappeti funk di Billy Gould. Infine, c’è Chuck Mosley, ultimo di una serie di vocalist che si susseguono alla guida della band (dopo che, ad un certo punto persino Courtney Love, amica di Bottum, si era giocata le sue carte). Per quattro anni e due album, Mosley offre il suo contributo senza impressionare né la critica né i fan: troppo monocorde la sua interpretazione per le atmosfere in continua evoluzione di una band minacciosa e sexy come i Faith No More. Anche caratterialmente il cantante non si integra all’interno di collettivo già abbastanza rissoso ed eterogeneo, tanto che alle prime avvisaglie di attrito con il difficile Jim Martin, la band coglie l’occasione di metterlo alla porta senza troppi rimorsi.

Il loro terzo album i FNM finiscono per registrarlo privi di vocalist, ma sanno di avere in mano un pugno di brani estremamente validi e idee sufficientemente chiare per dedicare anima e corpo a quello che diventerà una sorta di spartiacque nella galassia dell’alternative rock. Nel frattempo, proseguono le ricerche di un nuovo cantante. Fra i nomi papabili c’è anche quello di un giovane Chris Cornell, ma a spuntarla è un ragazzo poco più che adolescente di nome Mike Patton che solo qualche anno prima aveva avvicinato Matt Bordin e gli aveva messo in mano la demo del suo gruppo: i Mr. Bungle. Bordin ne è rimasto così colpito da ricordarsi di lui, non appena il ruolo di singer resta vacante. A non essere altrettanto convinti sono Martin e Button che solo dopo aver provinato altri cinque vocalist si rendono conto di avere in mano la carta migliore.

A quel punto a Patton viene chiesto di mettersi subito al lavoro. Le basi sono già registrare e lui impiega 12 giorni a creare testi e a studiare le linee vocali capaci di inserirsi in quel contesto accidentato di groove e melodie. Accade però un fatto curioso. Anziché utilizzare tutta la sua duttile gamma vocale, per tutto l’album (o quasi) Patton si assesta su un registro nasale molto acuto. Secondo il produttore Matt Wallace, all’epoca il giovane era ancora animato da un sentimento di fedeltà nei confronti della sua prima band e questo lo portava a differenziare l’eclettismo canoro mostrato con i Mr. Bungle dall’atteggiamento “da rapper” utilizzato con i Faith No More. Qualunque sia la ragione di quella scelta, il risultato è vincente e le evoluzioni spericolate in brani come From Out Of Nowhere e Epic segnalano Mike Patton come uno dei cantanti più dotati della sua generazione.

The Real Thing viene pubblicato nel 1989, ma gli occorrono diversi mesi e una rocambolesca serie di eventi perché il mondo si accorga della sua vera portata. A gennaio del 1990, quando il traino del disco sembra ormai esaurito, la Warner americana mette in pista il singolo Epic, un pop metal rap dal taglio cinematico e un chorus avvincente. Inizialmente il riscontro è tiepido, ma dopo un’incandescente esibizione al London Astoria, il 7 febbraio di quell’anno, l’etichetta decide di fornire alla band la spinta promozionale che merita. Da quel momento, The Real Thing inizia la sua seconda vita: una storia costellata di successi che fa dei Faith No More l’avanguardia di tutta la scena crossover e al tempo stesso li segnala come una mosca bianca all’interno di un genere che si cristallizzerà nello spazio di pochissimi anni.

A dispetto di una solida compattezza formale, nelle undici tracce dell’album si alternano pop, progressive, hard rock, thrash metal e jazz. Il rap è solo il liet motiv che torna volutamente, talvolta ostentatamente, nello stile canoro di Patton e fornisce un orizzonte sonoro quando l’astronave Faith No More rischia di partire per lidi lontani. È chiaro, però, come la band abbia ambizioni molto più alte. Ed è da qui che bisogna partire per capire un lavoro come Angel Dust.

Le prime idee per il nuovo album erano già sbocciate durante il tour promozionale di The Real Thing, ma è solo nel 1991, quando lo status della band è ormai consolidato e i fan scalpitano per poter cantare a squarciagola una nuova Epic, che i Faith No More iniziano a darsi da fare seriamente. Il gruppo che si appresta a registrare il disco numero quattro è profondamente diverso da quello di pochi anni prima: Bill Gould ha alle spalle un tour con Jello Biafra e con la death metal band messicana Brujeria, ma ha anche iniziato a interessarsi alla musica easy listening, così come Roddy Button ha fatto con electro pop e techno. L’inarrestabile Mike Patton è sempre più coinvolto nella scena avant-garde: lo si vede collaborare con i Naked City di John Zorn e pare che le sue band preferite del momento siano Godflesh, Ween, Young Gods e Sugarcubes. Ma c’è dell’altro: nei suoi primi mesi all’interno di un collettivo disfunzionale come i Faith No More, Patton aveva avuto difficoltà a trovare il proprio spazio. L’insofferenza era stata acuita dall’apparente indifferenza con la quale The Real Thing era stato inizialmente accolto. La sua irrequietezza era tale che in più di un’occasione, durante le interviste, aveva fatto capire come la sua posizione all’interno del gruppo fosse solo temporanea e che avrebbe preferito tornare a dedicarsi a tempo pieno ai suoi Mr. Bungle. Due anni dopo, con le acque molto più calme, Patton si sente a tutti gli effetti parte del collettivo e per la prima volta sceglie di sperimentare mettendo a frutto un bagaglio di esperienze sempre più nutrito.

Questo è in fondo ciò che rende Angel Dust tanto diverso dal suo predecessore. Come una scintilla, la “cura Patton” innesca una follia che permea l’album sin dalle prime note. Land Of Sunshine da fuoco alle polveri con un riff d’organo di Roddy Bottum, in maniera non dissimile a quanto era avvenuto con From Out Of Nowhere su The Real Thing. Tuttavia questa volta il contesto è grottesco, la chitarra soccombe a una specie di carosello psichedelico in cu il basso funky funge da solo appiglio con il recente passato. Mike Patton adotta un registro più basso e corposo per assestare una stoccata alle tecniche di auto aiuto a scopo di lucro con frasi prese in prestito dal test della personalità di Scientology. La sua risata sguaiata conduce a un finale luciferino.

La successiva Caffeine parte squadrata su un asse chitarra-basso-batteria di pesantezza industrial, il flow di Patton è preciso e rabbioso. Sputa fuori le parole come a volersi togliere la spina da un piede e bilancia le aperture melodiche con una sceneggiata agonizzante che lascia l’ascoltatore con un sorriso nervoso. Pare che la caffeina fosse anche l’unico eccitante assunto ai tempi dal cantante, impegnato in un esperimento di deprivazione del sonno utilizzato come espediente creativo. In questo senso, intitolare l’album con il nome di una droga rappresenta una provocazione, per un lavoro che unisce l’idea della bellezza e quella della morte. Un contrasto affermato deliberatamente dall’artwork che presenta in copertina un airone aggraziato e carcasse di bovini sul retro: un accostamento che corrobora l’idea di un lavoro in cui tutto può accadere. Specie in brani che sembrano costruiti assemblando frattaglie di corpi estranei, facendo ricorso in maniera massiccia all’uso di campionamenti, smembrando canzoni mai esistite, stratificando temi, generi e atmosfere come nessun altro in quel momento è in grado di fare.

Questo è evidente in pezzi come Malpractice Jizzlobber. La prima sublima efferati assalti death metal in un teso tema hitchockiano a base di archi campionati, la seconda assembla per gran parte dei sui sei minuti e mezzo i riff più violenti del lotto, prima di sfumare in un coro angelico fatto di voci bianche e organi a canne. I continui cambi di tempo, la brutalità delle ritmiche e la rigida suddivisione che spezza la fluidità delle canzoni rappresentano il punto di non ritorno di un modo scioccante e grandguignolesco di intendere il rock. Ma forse Crack Hitler si spinge ancora oltre, raccontando in prima persona la storia di uno spacciatore che si paragona al dittatore tedesco: Jim Martin è finalmente libero di assecondare il suo amore per i Seventies con un shuffle funk su cui si innesta un tema da spy movie interrotto da allucinanti break che instillano disturbanti memorie totalitarie.

D’altra parte l’esponenziale crescita di Patton come songwriter lo sta portando a scrivere per personaggi che interpreta facendo appello a tutta la sua gamma vocale. Se brani come Crack Hitler e Malpractice (il cui testo narra di un intervento di chirurgia estetica finito male) lo vedono contorcersi fa suoni gutturali e urla efferate, sulla nevrastenica piano ballad RV è in grado di sfoderare il suo crooning più suadente per dar voce ad un redneck arrabbiato con il mondo, mentre in Be Aggressive mette in scena un’esplicita storia di sesso omosessuale, a cui fa da contrappunto un allucinato chorus di cheerleader.

È un album complesso, scomposto, disarmonico eppure affascinante, questo Angel Dust. Da una parte lo si ascolta con la morbosità con cui si elabora la scena di un incidente stradale. Dall’altra si viene irretiti da brani che riprendono le intuizioni di The Real Thing ma le collocano in contesto più schiettamente metal. Tuttavia, nel 1992 il metal sta cambiando. L’anno precedente, la rivoluzione di Nevermind e l’esplosione dell’alternative, aveva portato all’abbattimento repentino di alcuni dei più pervicaci stereotipi del rock. Lo stesso anno però, il successo del Black Album dei Metallica aveva di mostrato come il metal non si rassegnasse ad esalare l’ultimo respiro. A soccombere, semmai era il paradigma zeppeliniano che per quasi vent’anni aveva rappresentato la colonna vertebrale del rock pesante. A febbraio A Vulgar Display Of Power dei Pantera spianava la prosopopea Seventies assestando riff sulfurei con rabbia hardcore. Meno di tre mesi dopo, l’allure gotico di brani come Kindergarten e Smaller And Smaller avrebbe fornito materia di studio alle frange più oscure del Nu Metal (a partire dai Korn), così come A Small Victory ed Everything Is Ruined (i frammenti che più di altri si sarebbero inseriti agilmente nella tracklist di The Real Thing) l’avrebbero servita a quelle più scanzonate.

Un discorso a parte merita il primo singolo estratto dall’album. Midlife Crisis rappresenta il segmento centrale e più significativo di tutta la carriera dei Faith No More. Non perché sia il loro brano migliore, ma perché è quello che meglio bilancia la natura funk metal degli esordi con l’evoluzione teatrale ed espressionista impressa da Patton, modera gli eccessi di follia fino ad apparire articolata ma organica. Col senno di poi sarà il pezzo ideale da far ascoltare a chi è digiuno della musica del quintetto. Un tale paradigma dello “stile Faith No More”, che finirà per essere preso da modello per gli album successivi, quando la furia iconoclasta di Angel Dust tenderà ad esaurirsi.

La cover di Midnight Cowboy di John Barry, tratta dall’omonimo film del 1969, chiude degnamente l’album più cinematico del ’92. Di certo uno dei più cinematici prodotti dall’alternative rock fino a quel momento. Meno di un anno dopo le nuove tirature dell’album avrebbero incluso in fondo alla tracklist una fedele cover di Easy dei Commodores, che curiosamente sarebbe diventato il pezzo più ascoltato della band. Il brano era stato registrato durante le sessioni di Angel Dust, ma in qualche modo finirà per incarnare la strada più morbida e più lineare che la band sta per imboccare.

Per oltre un anno i Faith No More porteranno l’album sui palchi di mezzo mondo. In particolare, i tour con Guns N’ Roses e Metallica avrebbero dovuto mettere in scena un passaggio di consegne verificatosi solo in parte. Nel ’93 l’uscita dal gruppo di Jim Martin, che non aveva mai fatto mistero di odiare la nuova direzione intrapresa dalla band, arrivando a descrivere certi aspetti del nuovo sound come “gay disco”, avrebbe assestato un brutto colpo all’instabile equilibrio che aveva fatto dei Faith No More il più improbabile dei collettivi.

L’unico capace di dare alle stampe un’opera che oltre ad oltre trent’anni dall’uscita, stiamo ancora cercando di decrittare.

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