Nati nel 1982 a San Francisco, i Faith No More sono diventati ciò che sono dopo una lunga gavetta, stabilizzandosi con Mike Patton solo dopo diversi cambi di formazione e soprattutto di cantanti. Pochi ricordano che prima ancora del compianto Chuck Mosley, voce dei primi due album, We Care a Lot e Introduce Yourself, frontwoman della band fu per un brevissimo periodo una diciannovenne Courtney Love.
La futura leader delle Hole aveva cominciato a farsi le ossa in quel di Portland, Oregon, assieme a Kat Bjelland (ex Venarays e poi Babes In Toyland) nei primi anni ’80. Le due, inizialmente note come Sugar Babydoll, si erano in seguito trasferite a San Francisco cambiando nome in Pagan Babies – della partita fecero parte Jennifer Finch (L7) al basso e Janis Tanaka (Auntie Christ, L7) alla batteria. Un progetto snobbato dagli stessi componenti del membri gruppo, Bjelland in testa («La cosa più trascurabile che abbia mai fatto nella mia carriera»), scioltosi dopo una manciata di concerti per dissidi interni (Bjelland voleva il punk rock, Love il dream pop) e di cui esiste una sola cassetta autoprodotta di 4 brani del 1985.
In quegli anni, Love si aggirava per le scene underground statunitensi implorando i musicisti di mettere su una band o di entrare a far parte di quelle esistenti. Da lì l’incontro con i Faith No More, che da subito ne apprezzarono l’indole punk e la sfacciataggine sul palco. «Era molto estroversa – ricorda nel 2015 il bassista Bill Gould sulle pagine di Mojo – affrontava a viso aperto il pubblico. Non era affatto passiva. La gente la odiava! Noi, al contrario, l’adoravamo».
Volevamo suonare molto duri, creare una musica ambient che fosse però assolutamente aggressiva. È arrivata questa ragazza, Courtney, che ci ha visto suonare e ci ha chiesto cosa volevamo ottenere, perché lei era in grado di farcelo raggiungere. È rimasta per circa tre o quattro concerti ed era brava perché era irritante come poche e davvero aggressiva.
Bill Gould, dal libro Faith No More, The Real Story (1994)
Courtney Love e Roddy Bottum sono legati da una stretta amicizia che dura ancora oggi, legame che risale proprio a quegli anni (in cui ebbero una breve relazione). Sarà di fatto il tastierista dei Faith No More a introdurla alla fugace avventura con il gruppo, come testimoniato dal filmato di ben 28 minuti che ne immortala la primissima apparizione televisiva.
Il video, caricato lo scorso anno su YouTube, cattura un giovanissimo quintetto presentatosi negli studi televisivi della Viacom Public Access channel 25 con una biondissima Love in camicia da notte. Ci troviamo nell’aprile del 1984 e degli attuali componenti del gruppo sono presenti soltanto Gould (basso), Mike Bordin (batteria) e Bottum (tastiere). Con loro c’è anche il chitarrista Mark Bowen che lasciò la band quello stesso anno.
L’esibizione mostra un sound ancora embrionale, distante da quello che ascolteremo in futuro: un primordiale mix di post-punk, gothic rock e psichedelia dronica accompagnato dal cantato monotono e ossessivo di Love. Generi e stili che Bottum si diverte a dettagliare in modo pittoresco durante i due slot dedicati all’intervista con la band, in cui spuntano definizioni come «death rock psichedelico» e «hypnotic trance rock», oltre all’accostamento della proposta musicale a una «terra che vomita».

Del resto, una delle influenze dichiarate durante lo show erano proprio i Grateful Dead e non di meno la band era agghindata in tipico stile – diciamo così – à la San Francisco old school: degli hippy un po’ trasandati che indossavano dei vestiti etnici dai colori sgargianti.
Come ricordato da Bottum nella biografia della band del 2018, Small Victories: The True Story Of Faith No More, l’idea dell’outfit e dell’happening sonico floreale era stata farina del sacco di Love. A testimoniarlo, anche l’intervista concessa per lo show, in cui la cantante butta nel calderone anche una delle sue frasi a effetto, che potremmo definire proto-grunge: «I miei genitori erano hippy e li odiavo. Questa è la mia ribellione».
Quella mattina Courtney è andata al mercato per comprare borse e sacchetti pieni di fiori per le riprese. Abbiamo ricoperto il palco di fiori, indossato dashiki e bruciato incenso. Una cosa assolutamente audace per la scena punk di San Francisco.
Roddy Bottum, Small Victories: The True Story Of Faith No More
Quella agli studi Viacom è una performance ipnotica, tanto genuina quanto acerba, in cui si possono ascoltare le primissime versioni di Mark Bowen e Why Do You Bother, nonché una bozza di Zombie Eater intitolata all’epoca Surprise.
Sempre durante la parte dedicata all’intervista, il divertente scambio con il presentatore fa inoltre emergere curiosità e amenità: da uno dei primi nomi che si era dato il gruppo – Faith No Man – a (fittizie?) abitudini alimentari (mangiare hamburger e donuts prima di un live), fino all’attitudine r’n’r (diventare la “loudest band in the world”, con Love, nel tipico spirito di contraddizione che la contraddistingue, a preferirgli “the best”).
L’ultimo concerto dei Faith No More con Love alla voce si è svolto il 17 giugno di quell’anno al Mabuhay Gardens di San Francisco (fu anche l’ultimo show di Bowen). E il motivo del licenziamento è facile da immaginare: la ragazza aveva carisma ma anche un carattere dispotico che creava forti tensioni all’interno della band.
A un certo punto era davvero troppo. Courtney non è il tipo di persona con cui puoi sentirti alla pari in una band, deve comandare e dire alle persone cosa devono fare. Era una dittatrice e nel nostro gruppo le cose erano invece molto democratiche.
Bill Gould, dal libro Faith No More, The Real Story (1994)
A rimpiazzare la futura frontwoman delle Hole arrivò prima Paula Frazer (due soli show con la band) e in seguito Mosley, rimasto in formazione fino al 1988 e cacciato per via di continue risse e problemi con l’alcol. In un post IG del 2021, Love ha ricordato con affetto e ironia quel periodo.
Ero una ragazzina di strada e sono grata a quei ragazzi per avermi adottato. Fu un’esperienza paurosa, ma davvero divertente. Essere cacciata dal gruppo fu una delle migliori cose che mi siano mai capitate. Epic fu una hit straordinaria e fui costretta a ballare sulle note del brano nei club. La cosa mi fece arrabbiare talmente tanto da darmi la giusta carica per mettere su la mia band. Pensai che se loro ce l’avevano fatta, allora ce la potevo fare anche io.
Courtney Love