Recensioni

7.2

Angelo Branduardi è stato – ed è ancora – un figlio degli anni Settanta. Nel decennio in cui l’aggettivo “colto” era considerato la principale aspirazione per un po’ tutta la produzione artistica italiana – con la musica in testa, dai tecnicismi del prog-rock ai testi impegnati dei cantautori, fino ad arrivare ad esempio alle avanguardie contemporanee di un Luciano Berio – Branduardi riprendeva le tradizioni popolari italiane e internazionali, le strutture musicali della canzone barocca e medievale, per farne fondamenta di una poetica unica e riconoscibile. Il successo ottenuto da un disco come Alla fiera dell’est sancì poi il suo status di autore capace di unire tematiche e testi tutt’altro che immediati a un’estetica invece profondamente radicata in un immaginario “folk” condiviso, e capace di colpire per sensibilità, eleganza e grande sapienza musicale.

Dopo la rilettura in chiave classica de La voce del padrone di Battiato uscita nel 2018, Fabio Cinti decide, assieme al fondamentale e bravissimo Alessandro Russo, di rendere omaggio proprio alla produzione del musicista lombardo, riprendendone alcuni brani e riarrangiandoli solo per voce e pianoforte. Una scelta formale non del tutto inedita nell’universo branduardiano – lo stesso Branduardi ha più volte presentato i propri brani in questa veste dal vivo – ma che si rivela comunque azzeccata per evidenziare nuove sfumature della sua poetica. Un tipico caso in cui i “limiti” imposti dal mezzo tecnico – il set-up strumentale piuttosto ridotto, se confrontato con quello ben più ampio dei brani originali di Branduardi – stimola la creatività e, come sottolineano i diretti interessati, anche un certo «rigore».

Funziona tutto come deve, in questo disco, a partire dalle canzoni scelte per la scaletta – particolarmente riuscite, a nostro avviso, la splendida Il dono del cervo (dal disco Alla fiera dell’Est), la “neolinguista” Fou De Love (da Domenica e lunedì, scritta in collaborazione con Pasquale Pannella) e una catartica Confessioni di un malandrino (da La luna) – fino ad arrivare agli arrangiamenti dei brani, mai tediosi e sempre estremamente vitali – grazie anche a qualche sovraincisione di pianoforte, ci pare – come dimostrano le arpeggiatissime La luna (estratta dall’omonimo disco del 1975) o Sotto il tiglio (da Alla fiera dell’est, come del resto la title track di quel disco posta in chiusura di programma).

Come già in passato, Cinti si dimostra molto bravo a dare il giusto peso all’impostazione vocale del musicista che decide di reinterpretare, mentre Alessandro Russo è efficacissimo nell’offrire una cornice musicale consapevolmente al servizio dei brani proposti. Il risultato è una piacevolezza all’ascolto che non ha solo a che vedere con quel senso di celebrazione empatica che inevitabilmente un’operazione di questo genere porta con sé, ma è anche il risultato della grazia e del trasporto che le nuove versioni dei brani veicolano. Non sappiamo cosa penserà Angelo Branduardi di questo lavoro, ma per noi è un bellissimo tributo ad uno dei più grandi musicisti italiani degli ultimi cinquant’anni.

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