Recensioni

Pasolini diceva che le culture particolari avevano un significato finché prese nel loro contesto locale, regionale, ma quando furono prelevate di peso dal loro humus e livellate secondo le esigenze del nuovo potere consumistico nazionale nell’ottica di un conformismo di Stato ancor più totalitario dei vecchi totalitarismi, scaddero nel macchiettistico. Ovviamente anche la musica degli Extraliscio riporta a quell’epoca agricola, paleoindustriale, clerico-sanfedista, come la chiamava PPP, però non bisogna esagerare con il discorso sulla nostalgia e sulle radici popolari, perché la band di Mirco Mariani fa grande musica tout-court e non è detto che tutte le volte che si parla di lei ci sia per forza bisogno di calcare troppo la mano con la manfrina di quant’era bello il mondo di una volta che non esiste più.
Romantic Robot, titolo che se vogliamo è un clamoroso caso di ossimoro, in teoria fornirebbe l’assist perfetto in questo senso perché si apre con la voce del simpatico androide del titolo imitata a mezzo vocoder in una spolveratina fantascientifico/futurista degna dei tempi di Moroder e Eno quando si diceva: ormai stiamo nel Duemila. Così come Il Bacio Traditore, brano che si avvale della partecipazione di Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti, frulla musica leggera e cantautorato tra Nomadi, Branduardi e Gazzé, ma anche lo Zero cangiante – e in definitiva pasoliniano – di Triangolo, in un crescendo di synth e tastiere pur ammantato di sonorità rock. Poi certo resta la componente d’antan data anche dagli arrangiamenti per orchestra a cura del maestro Roberto Molinelli (già con la band sul palco di Sanremo), ma stavolta «è un’orchestra meccanica – come ha spiegato il leader e principale compositore del gruppo – diretta da un uomo che non esiste». Uomo e macchina, vita e morte.
Capelli Blu, ad esempio (uno dei tre brani, insieme a Amarsi Come Una Regina e Valzer d’Africa, ripescati dal precedente album È Bello Perdersi e qui riarrangiati sinfonicamente), gioca con la dicotomia e si cala perfettamente in questa sorta di incubo modernista: una sinistra filastrocca da fiera paesana deserta che ci catapulta in uno spettrale luna-park dove non circola anima viva, i bambini sono spariti e riecheggia solo la musichetta popolare con tanto di reminiscenze mariachi sparata dagli altoparlanti, mentre le giostre, rimaste in funzione come se qualcuno avesse ammazzato anche tutti i giostrai, continuano a girare nel loro inesorabile e ripetitivo incedere automatico.
A Mariani e compagnia piace giocare e chi li ascolta ama starci, al gioco, perché questa musica fa scattare qualcosa, una scintilla invisibile che corre lungo il filo prima di deflagrare in un tripudio di fuochi artificiali (ah, le tradizioni popolari) dai mille colori e contorsioni. C’è un che di magico, arcaico e felliniano in questo quinto lavoro del trio romagnolo, però con quel piglio sardonico, sornione, beffardo, con punte di acidità quasi barrettiane. Senza tutto questo non si inquadrerebbe, ad esempio, il Tony Renis rivangato nella cover di Non Mi Dire Mai Goodbye oppure quel bellissimo tango agreste dai malinconici intarsi morriconiani cantato da Luca Barbarossa che è il singolo di lancio È così.
Tra lamiere e bulloni batte un cuore caldo e l’impalcato circense degli Extraliscio contiene tutta la magia della vita, della socialità, della giovialità, del confronto, della dialettica in puro stile vecchie feste dell’Unità, incluso il gusto della provocazione, in un musicale che diventa politico quando il piglio nostalgico e passatista sfida il pragmatismo della contemporaneità e si rivela infinitamente più attuale di tanta musica “moderna”.
A suo modo Romantic Robot è violento, ma violento giusto, in senso resistente, partigiano. Come dice Mariani: «Questo è un disco fatto all’incontrario, da ascoltare a testa in giù».
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