Recensioni

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Perso un po’ di vista ultimamente non per colpa sua (crediamo che i suoi lavori, spesso per etichette piccole, non abbiano una doverosa distribuzione italiana), Justin Wright torna sistematicamente con la sua sigla Expo ’70 a pubblicare album che ruotano sempre intorno alla sua concezione musicale. Una concezione musicale che è fatta di circolarità e reiterazioni chitarristiche da svilupparsi prevalentemente in solo, con chitarra ed effettistica varia: come dicevamo ai tempi del nostro approfondimento sui nuovi corrieri cosmici, Expo ’70 «propone da pochi anni e tantissimi dischi un singolo, unico, ossessivo e dilatato suono che si perpetua in eterno». E quel suono era ed è quello di un drone nero-pece di matrice chitarristica che deve tanto sia al minimalismo più astratto, sia al krautrock più lisergico e liquido.

In queste sessions pubblicate dalla label brasiliana Essence Music sia in vinile (inclusa limited edition particolare) sia in CD (con l’aggiunta di una bonus track intitolata giustamente Third Movement) ritroviamo le due anime di cui sopra e, novità ormai acclarata nella seconda fase del progetto di Wright, una band al completo ad accompagnarlo, formata da Aaron Osborne al basso e percussioni, e David Williams e Mike Vera alle percussioni. Che l’esperienza col doppio batterista sia naufragata praticamente subito vuol dire poco, dato che l’orizzonte di riferimento di questa tipologia di musica è fatto anche di rarefazione e privazione del ritmo; ma in queste due (tre con quella del CD) lunghe meditazioni, specialmente in Second Movement – dalle cadenze più distese, ipnotiche e circolari, ma pronte a un crescendo totalmente acid-droning – il contrappunto ritmato e i synth cosmici danno quel tocco di alienante fascino “materico” a una musica per sua natura oppiacea e visionaria. La controparte offerta dal primo movimento, invece, rimanda più a lande da psych-rock che sanno di deserto, blues e americana, trasfigurate dal verbo del Nostro. Per essere parte integrante di una installazione multimediale in quel di Kansas City – il cui titolo (“America: Now And Here – A cross-country traveling dialogue about America through the arts” per esteso) riecheggia nel qui presente – e pertanto contestualizzata in un determinato flusso transartistico, quest’album non è affatto male.

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