Recensioni

In superficie From The Guts Of Essaira potrebbe sembrare l’ennesima variazione sul leitmotiv industrial-punk: tiratura limitata, copertina serigrafata, scenario morboso e dissociato, ma basta far scorrere Avoidant per capire che il trio bolognese – Paola Paganotto, Nico Pasquini, Angelo “Gelo” Casarrubia – non si accontenta di restaurare un’estetica e incide direttamente il malessere di anni “segnati da eventi climatici, politici e culturali inquietanti e da intense influenze astrologiche”. Tutto questo accade nella Bologna 2023-2025, una città oppressa fra rendite turistiche e precarietà logistica, ed è in quell’interstizio che crescono i pezzi degli Essaira, pressati da un drum programming androide e densissimo, come nella migliore tradizione di Stromboli.
Avoidant apre con una pulsazione esangue che vibra come un traliccio dell’alta tensione, per poi instaurare una marcia funebre, claudicante, ossessiva. Si intravede l’ombra del primo industrial inglese, non la magniloquenza retro-fetish di tanto revival, ma l’uso di frequenze tagliate chirurgicamente come facevano i Throbbing Gristle quando portavano il suono a una crudezza quasi fisica. Il brano non cresce in senso lineare; accumula, si ferma, riparte, fino a scivolare in De-Skulled, dove il tempo implode in sincopi meccaniche che evocano la secchezza marziale dei DAF senza replicarne il passo disco. Paganotto si divide in linee vocali sovrapposte, più vicine a tweet che a liriche, che logorano perché rientrano fuori tempo, come finestre pop-up che non si riesce a chiudere. Con Dramla e Gaslight l’asse sembra spostarsi più su un noise paludoso, venato da armonici cigolanti che fanno venire in mente i Factrix di Scheintot: ovvero minimalismo ossessivo, ma avvelenato da eco digitali che lo trascinano quaranta anni avanti, in piena era piattaforme.
Altro brano notevole è Not, che ha un cortocircuito tutto interno: ripete tre note e una linea vocale frammentata, si ferma, si dilata, riparte rimangiandosi la coda. Ricorda i Pain Teens quando frullavano erotismo e minaccia dentro un unico nastro magnetico e in effetti i vecchi texani di Stimulation Festival tornano in mente più volte, durante questo disco. Anche nella successiva Deli, unico brano con un refrain quasi pop, agganciato però a un loop ritmico che si incastra tra sterno e cranio, ma in maniera subdola, più sensuale che melodica.
Il finale si gioca tra fatalismo e risonanza. The Wheel Of Fortune imposta una mareggiata dirge; sopra, una voce ASMR e una distorsione malinconica si alternano a distanze irregolari. I.I.C. chiude lasciando interferenze sovrapposte, su un rantolo di macchina cyber e un refrain vocale disumanizzato. Un vero e proprio gioiello industriale. Una chiusura che non offre catarsi, perché la catarsi è un lusso di cui il disco non dispone.
È un lavoro che fotografa un presente in cui il conflitto non esplode in piazza, ma scorre nelle vene logistiche delle metropoli di provincia. Contratti a progetto, depositi Amazon, festival che cercano sponsor mentre centri sociali storici chiudono. Tanti micro-crolli quotidiani, che non alzano polvere e si notano poco, ma si accumulano. Gli Essaira ascoltano la città nel momento in cui la filiera notturna si accende – rider, furgoni, idranti – e restituiscono quel rumore di fondo trasformato in canzoni senza via di fuga. E nel suo piccolo è un disco che ci ricorda che sotto i portici medievali e le guide Michelin, Bologna continua a vivere anche di circuiti, tensioni, vite notturne che cercano frequenze nuove per farsi sentire.
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