Recensioni

Che gli Elektro Guzzi siano bravi, in pochi possono metterlo in dubbio. Che siano a loro modo originali, e che oltre alle idee abbiano anche una tecnica sopraffina, anche. Tuttavia la loro carriera – sei album di cui uno live, e qualche estemporaneo EP – è al momento un bel punto interrogativo che si innalza su un potenziale mai sfruttato del tutto. La loro esecuzione certosina di brani (tracce?) a metà tra techno e house con strumentazione tipicamente rock (solo chitarra, basso e batteria) per un’estetica analogica essenzialmente da improvvisazione live, ha davvero pochi rivali, eppure è sempre mancato il guizzo realmente vincente. Il precedente Observatory aveva cercato, riuscendoci in parte, di allontanarsi dal vizio del trio viennese di confrontarsi con l’elettronica con eccessivo manierismo e scovandone solo i tratti somatici e non la polpa e il sentimento trainante. Clones è indubbiamente un ulteriore passo in avanti.
Anticipato da una particolare nota stampa volta a illustrare le fasi della clonazione in agricoltura (in sintesi, una lunga introduzione scientifica per spiegare il nuovo volto dei Nostri), il disco segna l’opera finora più rock e meno autoreferenziale della discografia. Non mancano – ovviamente – le convincenti giocate minimal-esotiche a-là Villalobos (Room, Pillow, Voix), con gli Elektro Guzzi che si confrontano ancora con un immaginario mittleeuropeo, ma libero dai regimi della cassa in quattro e dalle vesti allucinate (Slowfox), immerso nella liquidità di progressioni Orbital (Merge) dalla direzione tutt’altro che banale, cercando meno la dimensione da club e più – seppur con timidezza – angolazioni kraut ed esplorative.
Clones è il fiume scelto dagli austriaci per traghettare verso nuove rotte, seppur con un’importante dose di insicurezza che tiene ancora il freno tirato. Eppure la fase che sembrerebbe nascere da questa metamorfosi in atto, dà l’impressione di essere più che stimolante, per noi ma soprattutto per loro.
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