Recensioni

C’era un tempo in cui la musica indie la trovavi nei videogiochi, su Mtv Brand New o grazie a qualche facoltoso amico che sapeva smanettare con il 56 kb. Io gli Editors li scoprii nel 2006, grazie a una frenetica Munich che scorreva a tutto volume durante la schermata del menu di un videogame sul calcio. Erano altri tempi e l’uscita del best of della band britannica è stata un’ottima scusa per portare a galla un po’ di considerazioni su cosa e quanto sia cambiato in una quindicina d’anni.
Nel 2003 ci furono gli Snowfield da Birmingham con una manciata di demo acerbe in cui chitarre e pop lasciavano intravedere potenzialità ancora non lampanti. Infatti, ci vollero due anni per trovare un’etichetta che non dicesse “carini, ma non ancora pronti” e desse fiducia a quei quattro ragazzi che, nel frattempo, erano diventati gli Editors. Quando uscì The Back Room le recensioni furono piuttosto positive e i paragoni con Joy Division e Interpol si sprecavano, anche se le “fonti” di quel sound si nascondono tra il debutto degli Strokes e quello degli Elbow. Poi arrivò An End Has A Start e forse è qui che il triangolo band, critica, pubblico cominciò a cedere.
Con l’arrivo di In This Light And On This Evening si chiuse un capitolo, quello più ispirato, che mescolava new wave e post punk a testi oscuri, ma lambiti da una speranza che, seppur flebile, rimaneva tangibile. A sancire la fine del ciclo un album, Unedited (2011), alquanto emblematico: si tratta, infatti, di una raccolta di brani (ben trentaquattro) ripescati tra b side e bonus track. Tra queste anche No Sound But The Wind, che finisce nel Best Of ma nella versione barocca di Violence. Così il quartetto si fece quintetto e arrivarono tre album in cinque anni, ciascuno con un proprio suono preponderante e tutti accomunati dalle linee vocali di Smith, più varie rispetto al passato.
Chi frequenta queste pagine sa bene quali domande affliggono chi scrive in merito alla “questione Editors“. Black Gold è una bisettrice che divide la carriera della band, a partire dalla raccolta del 2011, in due tronconi. La stessa tracklist non mente: 6 canzoni del primo corso, 6 del nuovo, 3 inediti e No Sound But The Wind collocabile qui e lì. A orpello, alcune versioni acustiche piuttosto trascurabili che insistono sulla centralità di Smith e della sua voce, facendo fare a tutti gli altri quel passo indietro che (lo si riscontra anche nei video, ormai) non trova grandi giustificazioni. L’altra grande verità legata alla band è lo scompenso che si viene a creare dai live, muscolosi e meccanici nella migliore accezione, rispetto alle prove in studio, in cui lungaggini, produzioni discutibili e qualità di scrittura non certo memorabile appesantiscono quel pop che ha perso immediatezza e freschezza. Non mancano piacevoli eccezioni e per fortuna sono quasi tutte in scaletta.
Posto che i Best Of rimangono difficili da valutare – leggenda vuole che si pubblichino per fare cassa o per risolvere contratti discografici in scadenza – questo Black Gold conferma ancora una volta quanto gli Editors siano in cerca della propria identità e rimangano sospesi in un limbo che volta le spalle al passato e, allo stesso tempo, non ha ben chiara la direzione da prendere. Delle band della stagione d’oro dell’indie angloamericano soltanto gli Arctic Monkeys continuano a convincere con una parabola artistica coerente e, al tempo stesso, cangiante. Non è un caso che Alex Turner e compagni mettano d’accordo fan e critica e riescano a fare scelte sempre azzeccate (vedi la produzione desertica di Homme o la svolta rétro dell’ottimo Tranquility Base Hotel & Casino).
Tornando agli Editors, è chiaro che a oggi siamo ancora in attesa di un album che segni la svolta definitiva della band. Cosa che sembra essere nell’aria a ogni nuovo singolo anticipatore, ma che puntualmente viene smentita dal disco successivo. Vero è che questa raccolta si lascia ascoltare dall’inizio alla fine e, nel complesso, risulta piuttosto godibile. Però (sì, c’è sempre un però, e in questo caso e bello grosso), la carriera della band sembra un Frankenstein, un qualcosa costituito da più elementi che attrae e respinge allo stesso tempo. Sicuramente non convince fino in fondo. O almeno, non come una volta.
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