Recensioni

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Se fossi un gaudente partecipe del gioco più scemo per bambini scemi che va per la maggiore da un po’ di tempo, quello dei “10 migliori di tutti i tempi secondo il sito Bla Bla”, “i 100 più migliori a giudizio di Fanity Vair”, “i 500 indispensabili per l’Accademia della polpetta”, una lista che può di volta in volta diventare oltremodo creativamente di 9, 15, 36, 57 elementi, ma sempre in senso assoluto, sempre i “migliori” senza cedimenti incertezze o dubbi, tanto del “rock” quanto di “tutti i tempi” – cosa che implica la conoscenza di tutte le discografie di tutti gli artisti del campo esistiti ed esistenti, nessuno escluso… senza considerare i parametri di giudizio e gli strumenti cognitivi a disposizione dei giudici –, se fossi disposto a scivolare lentamente in tali sabbie dell’immobilità senziente, inizierei a scrivere di Time Silent Radio affermando che gli echolyn sono la prog band migliore degli ultimi 30 anni. Che in realtà diventano 20 poiché da I Heard You Listening al nuovo doppio disco sono trascorsi ben 10 anni: evviva dio qualcuno che ha il coraggio di annunciarsi con “hey gente, siamo tornati solo quando ci è riuscito di imbastire un discorso davvero degno di essere ascoltato”.

Se non posso spendere l’iperbole del “migliore” a scapito di una folla incalcolabile, vorrei almeno scrivere che la band di stanza in Pennsylvania, seppur confinata all’interno dell’insieme del prog rock, è unica. Ma vale quanto detto in precedenza: pur relativizzando non conosco tutto lo scibile del genere, dunque, per quanto mi riguarda, onestamente, lungi da me l’idea di vaticinare una certezza assoluta di questo tipo. Non credo di potere essere smentito, però, se affermo che gli echolyn sono merce rara per almeno tre motivi. Uno, i tre componenti residui della prima ora sono amici da sempre. Due, hanno tutti un day job: non un secondo lavoro ma una attività principale che rende la musica, diciamolo in modo che ha dell’inappropriato, quasi offensivo, un hobby. Terzo, nonostante il punto due il quartetto (sembra una equazione matematica) costituito da Ray Weston alla voce e basso, Brett Kull chitarre e backing vocals, Chris Buzby tastiere e backing vocals, Jordan Perlson che ha preso il posto di Paul Ramsey alla batteria (laureato al Berklee College of Music ed ex studente di Buzby che insegna musica), il quartetto tira da anni la volata a un gruppone composto da nomi molto più altisonanti, propagandati e professionisti riconosciuti, che nonostante pedalino e sbuffino e bestemmino, ed è probabile che in più di un caso si dopino pure, non ce la fanno a stare in scia agli americani.

Ciononostante, con una discografia di valore assoluto e una lunga militanza all’insegna della genuinità (non si sono piegati alla logica del brano radio friendly neppure nel 1994, quando messi sotto contratto dalla Sony/Epic hanno registrato As The World, album che senza sostegno da parte dell’etichetta ha generato poche vendite e la conseguente rescissione del contratto), ciononostante nel 2024 gli echolyn lanciano una campagna di crowdfunding atta a finanziare la stampa di Time Silent Radio II e Time Silent Radio VII e non riescono a centrare l’obiettivo. Sarebbero bastate poco meno di 500 persone, un seguito da amministratore di condominio, eppure non ce la fanno – cartina tornasole dello stato di salute della tribù prog che in definitiva premia, esattamente secondo le regole che vigono nel mondo del mainstream, chi è più strombazzato dai media che strombazzano chi ha i mezzi per strombazzare (manager, agenzie, press agent, label che comprano editoriali da media che offrono copertine a chi vende più dischi e fa vendere più copie del magazine o racimolare click e like in più; la qualità semmai è un plus, non certo il punto determinante).

Ma gli echolyn sono cocciuti. Non si perdono d’animo e Time Silent Radio II e VII vengono comunque alla luce. II, perché composto da due soli brani. VII, per lo stesso motivo: sette pezzi di durata più breve. Una coppia dal respiro dei vecchi vinili, quelli da 45 minuti circa. E la stessa qualità di quei tempi andati, come gli echolyn fossero rimasti prigionieri di una bolla temporale per qualche fantascientifico motivo. Non fraintendete però: il prodotto dei quattro ragazzi (meglio signori: la teoria del tempo che passa applicata a Steven Wilson vale anche per loro) non ha il sapore di un brodino riscaldato, o del cosiddetto retro prog; e in realtà, pur avendo la cittadinanza prog, gli echolyn hanno un modo tutt’altro che codificato di fare. In questo doppio nuovo disco più che mai. Con ciò non intendo dire che tra le sinuose e seducenti pieghe di Time Silent Radio tutto “non è più lo stesso”; dopo 35 anni di fedeltà alla stesso gonfalone sarebbe disumano da parte loro e falso da parte mia. Gli echolyn hanno una identità che deve essere e va preservata, orgogliosamente. Solo, a differenza di tanti i quattro americani non si fermano a fare tappa agli immancabili punti ristoro per riprendere fiato e mandare giù una barretta-Genesis, Yes, Pink Floyd, o di altra acclamata marca, come spesso accade a molti dei recenti protagonisti del genere che più di ogni altro ama dilatare una traccia fino a farne maratona.

Non hanno bisogno, gli echolyn, di azzardare soli estenuanti per dimostrare la indubbia perizia tecnica o stirare la pastella per renderla lunga e sottile; non usano mezzucci come il colpo di teatro ad effetto, né scrivono brani che si imprimono al volo nella memoria come una decalcomania. Time Silent Radio II e VII necessitano di impegno da parte dell’ascoltatore, comprensione che si trasforma in affezione e crescono ascolto dopo ascolto: i brani sono aggrovigliati nella trama armonica, puntellati di melodie dalla potenza emotiva fuori dal comune, ma spese e dislocate come un gioco di ricerca degli indizi, mai imposte con evidenza per fare presa il prima possibile: giungono come premio di un percorso che appare meno tortuoso di quanto sia in realtà, che ai primi ascolti si intuisce appena, che si disvela insistendo. Come tipico dei lavori che restano nel tempo.

Come fa su tutti Time Has No Place, che vaga e divaga a lungo, aperto da una melodia stordente, nella sua semplicità, e costituisce la spina dorsale di un corpo la cui carne pesa 16 minuti di armonie vocali studiate sui dischi dei Gentle Giant, però mai scimmiottati o affrontati come gli echolyn se ne sentissero epigoni o peggio eredi. Del resto Ray Weston è una delle tante frecce della band. Una vocalità duttile e un timbro che ne fanno una delle voci più belle di tutto il genere. Protagonista perché le canzoni degli echolyn sono verbose; loquaci quanto gli amorevoli e ammirevoli eccessi, funambolici giochi di equilibrio e di timing, del Gabriel dei Genesis (da The Battle of Epping Forest a The Lamb Lies Down On Broadway più o meno in toto). Una melodia, quella del primo brano che occupa metà Time Silent Radio II, che si palesa a tratti, nascondendosi tra strappi e accelerate o momenti di bonaccia, ma sul finire, magistralmente, ripeto: magistralmente, chiude trasmutando in modo corale dal tipico feel prog rock a una potenziale pagina del Pat Metheny di dischi da antologia come Secret Story.

Ho affermato che gli echolyn, seppur all’interno di un genere determinato, hanno un modo tutt’altro che codificato di fare. Water In Our Hands, l’altra metà di Time Silent Radio II, tra organi Hammond – più probabilmente il prodotto di una scheda di effetti –, e pianoforte in arpeggio, elementi della tradizione prog, adultera il piatto inserendo spezzoni rap, armonie che sanno della tradizione pop nobile americana dei Gershwin, e ancora una melodia che avrebbe destato l’ammirazione di Burt Bacharach; poi abbassa la pressione delle macchine aggiungendo un interludio voce e chitarra acustica da Americana – dell’intensità sublime del Justin Currie intimista dei migliori Del Amitri, la band UK più americana che ci sia, o da solista), preludio a un finale enorme nelle dimensioni, più emotive che soniche, ampio quanto la Monument Valley se fosse misurabile passionalmente.

Dopo due pezzi da novanta come Time Has No Place e Water in Our Hands sei portato a pensare che la band abbia dato il meglio, che Time Silent Radio VII si rivelerà una sorta di bonus disc ingolfato di pezzi minori, di quelle out take che soprattutto i nomi leggendari (o chi per loro) amano ammannire con estrema generosità pur di mettere in circolo l’ennesima ristampa dello stesso titolo: demo, mix alternativi, frammenti, spezzoni, DTS, 5.1, fradiciume senza gloria; “prendete e mangiatene tutti, questo è il mio pane” raffermo in cambio di buona moneta corrente. Invece no, gli echolyn dopolavoristi e incalliti idealisti raddoppiano lo sforzo e l’offerta facendo leva sulla qualità. Nemmeno fossero ragazzi all’esordio, danno il meglio di sé fino al triplice fischio. Come non ci fosse un domani e questo il loro definitivo lascito.

Gli echolyn hanno sistemi più sottili dei lunghi assoli di chitarra e tastiere, di loop e sequencer settati su ritmi sicuri già testati, di conigli dal pelo bianco ingiallito da estrarre da un cilindro leso. Si danno da fare, piuttosto, nel trovare soluzioni armoniche da trapezista, i cui fili delle trame si intrecciano in modo così aderente da risultare inestricabili. Strofa 1, strofa 2, ritornello, strofa e outro qui sono fuori logica. Non c’è il brano monocorde: un esempio, la ballad che non può alzare la testa o aumentare i giri o fare inversione a U, oasi di pace che si trova su tantissimi dischi leggendari del genere. Cul De Sac and Tunnels lo sembra, poi cambia pelle, erompe fino a diventare un fiume in piena che esonda oltre i confini dello stesso prog rock, sfiora il Santana della più recente fase, innesta ritmi che potrebbero essere dei Deep Purple. Qui è tutto cangiante, in divenire: Silent Years, per dire, una vera sgasata, a metà brano sfoggia una melodia che vorresti farti tatuare sull’anima – averci l’anima e conoscere il tatuatore abbastanza bravo –, ma contro ogni previsione gli echolyn la giocano nella strofa una sola volta, poi letteralmente vola via imprendibile e scompare, quando il buon senso – altrimenti detta “pavidità artistica” – suggerirebbe di farne un ritornello da sparare a mitraglia.

Tutti i brani hanno tale prerogativa, dalla ringhiosa Boulder on Hills alla sofferta Our Brilliant Next il cui passo è strascicato, da One We Blur serena ed esuberante alla multipla identità della finale Tiny Star; lo stesso per Radio Waves caleidoscopico starter: impossibile prevederne l’andamento, cosa succederà, come andrà a finire. Ogni episodio dotato di coesione enorme trasmette una sola certezza che diviene via via più solida: il brano seguente non ti deluderà.

Presto per dirlo, siamo solo in marzo. Ma Time Silent Radio II e VII potrebbe essere il (doppio) disco dell’anno. Io li vedo in fuga gli echolyn, hanno creato un divario così ampio che non so chi, tra gli inseguitori, potrà riprenderli. Non devono mollare fino a Natale, così da svettare nella lista dei “10 migliori” redatta dai saggi, qualificati, capaci di tali poderose classificazioni. Ok, lo so, una cosa che può accadere nel mio mondo, dove tutti gli artisti, anche quelli che non possono fare affidamento sul doping del marketing, hanno pari dignità e opportunità. Lasciatemi sognare.

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