Recensioni

6.8

La storia la conosciamo. La Mayflower con a bordo i padri pellegrini attraccò dalle parti di Boston, dove poi nell’Ottocento arrivarono frotte di irlandesi in fuga dalla Grande carestia che fecero diventare il capoluogo del Massachusetts una sorta di nuova Dublino in territorio americano, tant’è vero che il 17 marzo di ogni anno, festa di San Patrizio patrono d’Irlanda, Boston si colora – e si accalora – come nessun’altra città al mondo (dopo la capitale dell’Eire, s’intende). Tutto questo per dire che non poteva che essere The Cradle of Liberty (la vicina Quincy per la precisione) a dare i natali a una delle band che più di tutte hanno mutuato la tradizione celtic/roots rielaborandola sotto le insegne di un punk sudicio e sguaiato.

I Dropkick Murphys quest’anno compiono un quarto di secolo di attività musicale e per festeggiare hanno dato alle stampe un disco la cui traduzione del titolo suona più o meno come gira quella cazzo di manopola (il “cazzo” ce l’abbiamo messo noi ma il senso è quello), insomma alza il volume. In Turn Up That Dial c’è tutto quello che ci si aspetta di trovare in un lavoro dello scatenato sestetto (anche se poi alla formazione base si aggiungono in tour un paio di turnisti) e cioè il solito tripudio festante, stordente e scurrile di fisarmoniche, cornamuse, banjo, mandolini e altri strumenti astrusi e teoricamente poco attinenti al rock in senso stretto. Il tutto ovviamente declinato in chiave riot da un lato attingendo al lascito del punk politico di fine anni Settanta/inizio Ottanta donato da gente come Pogues e Stiff Little Fingers, all’universo hardcore/street plasmato da Hüsker Dü, Fugazi e Black Flag, oltre che alle ovvie stelle polari Clash (il cui ex chitarrista è qui citato esplicitamente nella spassosissima Mick Jones Nicked My Pudding), Ramones e Sex Pistols; dall’altro rievocando la tradizione della musica popolare soprattutto irlandese, quella che mater semper certa, pater nunquam, nel senso che non essendo stata trascritta era difficile assegnarne la paternità e quindi veniva semplicemente tramandata di generazione in generazione, magari trovando lungo la via interpreti più calzanti di altri come i mitici Dubliners.

Sì, ascoltare Turn Up That Dial fa respirare i fumi luridi dei pub più diroccati e maleodoranti ed è come farsi fuori tre-quattro pinte di Guinness in Temple Bar (quello dei tempi andati, però, non la versione turistico/gentrificata di oggi) circondati da altri ubriaconi sdentati e con l’alito fetente come noi, o infilare la faccia tra le tette della leggendaria Molly Malone. E una title-track oppure l’oltraggiosa Middle Finger si presterebbero alla perfezione a qualche scena di ballo di gruppo interpretata da Leonardo Di Caprio in Titanic, Gangs Of New York o The Departed, ossia i film dove l’attore interpretava personaggi di origini irlandesi.

Tra cantato volutamente stonato, piglio oltraggioso e chitarre a profusione, ma anche ritmi indiavolati, mitragliate di batteria, cori villani e ritornelli che fanno centro al primo ascolto (Queen Of Suffolk County è un gioiellino in questo senso), il successore di 11 Short Stories of Pain & Glory (2018) fila via che è una bellezza e testimonia una band ancora in forma smagliante che si limita a fare quello che sa fare, ma lo fa al meglio.

Il bassista Ken Casey, quello che una volta durante un concerto a New York aggredì uno spettatore che faceva il saluto nazista (anche durante uno show a Roma la band ebbe problemi del genere con esponenti di Casa Pound), l’aveva detto: «Il tema generale di questo album è l’importanza della musica e delle band che ci hanno reso quello che siamo ora». Sarà per questo che il decimo capitolo in studio – prodotto da Ted Hutt (Flogging Molly, The Gaslight Anthem) – del combo statunitense suona così dannatamente dropkickmurphysiano. Una celebrazione di se stessi, più che dei loro padri pellegr…. ehm putativi. Ma cavolo che celebrazione! E non si dica che i bostoniani, al pari degli irlandesi, non sappiano come si fa festa.

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