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7.4

Per chi segue anche solo distrattamente la scena musicale americana, il nome di Doechii non può essere sfuggito. Dopo una performance memorabile al Tiny Desk di NPR, featuring di alto profilo (Tyler, The Creator e SZA tra gli altri) e, soprattutto, la candidatura ai Grammy 2025 per il “Best Rap Album of the Year”, la rapper della Florida è sulla bocca di tutti. Vale dunque la pena fermarsi un attimo e tornare al momento che ha segnato il decollo di questo successo lampo.

Il 30 agosto di quest’anno esce Alligator Bites Never Heal, il primo mixtape di Doechii sotto l’egida di TDE (Top Dawg Entertainment), ex casa di Kendrick Lamar e attuale etichetta di artisti del calibro di SZA, Isaiah Rashad, ScHoolboy Q e Ab-Soul. Sin dall’inizio, il progetto si è imposto per rilevanza mediatica e musicale, alimentando anche qualche dubbio sull’influenza della label nel suo successo. Ma sono polemiche sterili: il talento di Doechii era già chiaro nell’EP Oh The Places You’ll Go del 2020, e questo mixtape lo raddoppia per attitudine e resa.

Immaginate una fusione tra la pettorina femminista di Queen Latifah, il gusto vintage e jazzistico di Bahamadia, e l’approccio moderno, festaiolo e irriverente di Nicki Minaj, l’ultima vera icona femminile dell’hip hop. Paragoni di peso, certo, ma Doechii li elabora con personalità, evitando di essere una copia carbone. E Alligator Bites Never Heal lo dimostra appieno.

A esaltare la sua visione c’è un team di produttori di alto livello, tra cui spiccano Devin Malik (già al fianco di Isaiah Rashad e ScHoolboy Q) e Monte Booker (collaboratore di Smino, Noname e JID). Il risultato? Strumentali sofisticate ma mai ridondanti, capaci di spaziare da sample magnetici (quello di Death Roll, un brano ipnotico in stile Doja Cat) a raffinate polifonie (Huh, una delle strumentali più interessanti), fino agli arrangiamenti elaborati di pezzi come Boiled Peanuts e Bloom.

Al centro, naturalmente, c’è Doechii: un’artista multiforme e contraddittoria, divisa tra ostentazione e introspezione spirituale. L’album riflette questa dicotomia, scomponendosi in mille strade, tutte diverse, tutte intriganti. Nella prima parte, la rapper sfodera tecnica spietata e flow travolgenti su tappeti boom bap che richiamano il minimalismo jazz di Low End Theory (Boiled Peanuts, simile a Scenario) e l’energia contagiosa di Notorious B.I.G. o Cypress Hill (Denial Is a River, Catfish). Il suo lato da MC anni ’90, fatto di riferimenti colti (da Hail Mary di 2Pac a Woo Hah!! Got You All in Check di Busta Rhymes), incastri serrati e punchline taglienti, è solo uno dei suoi volti.

Agli antipodi c’è una Doechii morbida e melodica, che brilla nel r&b delicato di Wait e nel trapsoul crepuscolare di Fireflies, reminiscente di 6LACK e Bryson Tiller. Non mancano poi incursioni più festose e irriverenti: dall’house da classifica di Nissan Altima all’hip hop da party anthem anni 2000 à la 50 Cent o Ludacris (GTFO rievoca direttamente il ritornello di Move Bitch).

In una tracklist tanto variegata (ben diciannove brani), non mancano momenti meno ispirati, ma sono rari: Skipp, è un brano southern poco incisivo, e Beverly Hills, un tentativo pop poco convincente.

Nonostante ciò, Alligator Bites Never Heal è un biglietto da visita potente, che consacra Doechii come la nuova regina del rap femminile, ben più interessante delle proposte mercificate di Ice Spice, Megan Thee Stallion o Sexy Redd. Se il primo EP sintetizzava la sua ambizione artistica, questo mixtape la evolve in un affresco complesso e maturo. Tra autoanalisi, stress della fama, vita frenetica a Hollywood e introspezione personale (esemplare la conversazione fittizia in Denial Is a River), Doechii emerge come una voce che sa stupire, sperimentare e rendere omaggio al passato, senza mai perdere la sua originalità. Il trono è suo: ora spetta a lei dimostrare di saperci restare.

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