Recensioni

TOP

Mancano cinque minuti alle 20 di un rovente lunedì milanese quando la E-Street Band irrompe sul palco dello Stadio San Siro, generando un boato di puro entusiasmo per una data attesa da migliaia di fan per oltre un anno. Un appuntamento che nessun membro dell’ensemble che accompagna Springsteen in questo nuovo tour si sarebbe sognato di mancare: il boato diventa gigantesco quando ad apparire sul maxi-schermo sono le sagome di Bruce Springsteen e Steven Van Zandt, la cui presenza era in bilico fino all’ultimo minuto per un’operazione d’urgenza di appendicite, subita durante le tappe che hanno anticipato il doppio appuntamento a San Siro.

Esiste un legame vivo, ruggente con gli spazi del Meazza. Lo si avverte come una pungente scarica elettrica, e la celebrazione del quarantesimo anno dal primo live milanese accresce la portata simbolica di una serata che assumerà, via via, sempre più i contorni di rito catartico, oltre che di spazio di denuncia e riflessione su tempi e accadimenti che stridono con «ideologie e valori civili e sociali raccontati in oltre cinquant’anni di carriera». L’avvio barricadiero di No Surrender funge da prologo per la prima parte dello show, dove in scaletta si alternano brani quali Land of Hope and Dreams, Death to My Hometown, Lonesome Day e Rainmaker, utili a denunciare una volta in più la deriva autoritaria che ha travolto il governo americano, puntando il dito contro l’intera amministrazione Trump. La vis polemica è ardita, ma il messaggio arriva forte e chiaro, con interi monologhi tradotti in italiano sugli schermi affinché nessuno resti escluso da quello che lo stesso Springsteen definirà «un rito collettivo di purificazione». L’attenzione si focalizza sulle morti di Gaza e sulle vittime dei conflitti voluti dai signori della guerra, quelli che – afferma con carica ieratica – presto saranno spazzati via da una nuova consapevolezza collettiva, fondata sull’empatia e il rispetto per il prossimo, qualunque sia la sua estrazione sociale, religiosa, politica.

Un corposo preludio, utile alla band per carburare e per spingersi verso la parte di set segnata da brani iconici e attesi da nuovi e vecchi fan del cantautore originario del New Jersey. Un dato interessante, che non rappresenta però una reale novità, è il continuo ricambio generazionale della fanbase, la cui forbice continua a oscillare tra giovanissimi e coetanei del ‘Boss’, a riprova di un canzoniere ancora in grado di affascinare a distanza di oltre cinque decenni.

Quasi come immersi in un Greatest Hits, sfilano a perdifiato brani come The Promised Land, Hungry Heart, The River, lasciando che la dimensione più intima di alcuni brani faccia da contraltare al tiro più pop-rock di altri. Un approccio che ridefinisce i canoni di una performance che, nel complesso, risulta sempre “oversize” con le sue quasi tre ore di set complessive, ma che ci racconta anche di uno Springsteen che – a settantacinque anni suonati – ha smesso i soli panni del diavolo mattatore del New Jersey per vestire quelli di uno stanco oratore che continua a coltivare il sogno di un benessere comune alla portata di tutti. È in questi frangenti che i contorni della performance si tingono di uno scurissimo soul (Long Walk Home, My City of Ruins) dalla portata catartica. Segno anche di tempi che mutano, con il Nostro non più lì a definire con certezza e spavalderia i contorni di un presente sempre più incerto, quanto quasi a voler suggerire – o indicare – una possibile strada da seguire.

Si apre con la cover di Because the Night l’ultima parte del live, caratterizzata da una costante escalation emotiva e rumorosa, con Wrecking Ball, Born to Run e Born in the USA ad esaudire i desideri dei fan più ostinati. La risposta di San Siro è roboante e fa leva sull’entusiasmo di uno stadio sold-out che, però, nei vari anelli blu/rossi/verdi mostra tutti i limiti di uno spazio inadeguato alla godibile fruizione dell’esperienza sonora. Quando i volumi si alzano, la definizione si abbassa, funzionando meglio invece nei momenti in cui la chiave acustica diventa predominante, con brani come Thunder Road e I’m on Fire lì a dirci di non aver perso il loro lucente smalto.

L’ottava volta del Boss a San Siro – una delle sue location preferite, nonché lo stadio in cui detiene il record di esibizioni – coincide con il primo dei due recuperi dei live saltati lo scorso anno. E va oltre il rito: è una vera e propria festa. Probabilmente tra i pochi artisti del secolo scorso a poter contare su una community nel senso più stretto del termine. C’è un elemento ad accomunare tutti i seguaci di Springsteen: l’esser diventati parte attiva di una narrazione che ha nel proprio vocabolario termini assoluti come “sogno”, “speranza”, “fede”, “sconfitta”, ma anche “rinascita” – e non conta se chi a pronunciare quelle parole sia cambiato o abbia fatto scelte poco condivisibili. Conta rinnovare l’appuntamento con quel sogno di gioventù, dove il futuro sembrava a portata di mano e c’era un giovane imberbe armato di bandana e chitarra Fender a mettere a ferro e fuoco il palco.

E allora, festa sia. Il trittico Dancing in the Dark, Tenth Avenue Freeze-Out e la performance fiume di Twist and Shout chiudono il discorso di una prima tappa che era stata annunciata come memorabile e che sicuramente non ha deluso chi continua a nutrire quel sogno nascosto, me compreso. La cover di Bob Dylan, Chimes of Freedom – inno di protesta e riflessione sui diritti civili e sulle ingiustizie che affliggono la società – chiude il cerchio di una serata in cui Springsteen e la E-Street Band hanno reso possibile, oltre che credibile, la rilettura in chiave contemporanea di molti classici scritti agli esordi di questo lungo percorso.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette