Recensioni

Assaltati come siamo dall’avvento del reggaeton, che ogni sacrosanta estate esplode nelle radio, negli smartphone nuovi di zecca dei tamarri su bus e in metro, dai finestrini delle automobili o dagli impianti di ogni serata commerciale nei beach club più o meno cool della penisola, Derretirse di DJ Python rappresenta un’isola felice per chi è alla ricerca del piacere proibito negli afosi meandri della Latin-attitude, muovendosi quindi con l’identico approccio alla categoria che ebbe il producer statunitense. Brian Piñeyro (conosciuto inoltre con alias più clubbing-oriented come DJ Wey, Deejay Xanax e Luis), durante gli anni di permanenza a Miami e affascinato da quella scena – che sfila veloce tra reggae, dancehall, hip hop e tutto quel corredo di ritmiche che volente o nolente ormai conosciamo alla perfezione – allora in pieno boom, decise di ricontestualizzarla, aggiungendoci qualche ml di calmante che, parole sue, farebbe proprio al caso di una New York – divenuta nel frattempo la sua casa – sempre più intrappolata da se stessa.
Il tag è quindi già bello che pronto: deep reggaeton. Già accarezzato nella prima prova sulla lunga distanza del 2017, Dulce Compañia, con in più diversi buoni innesti tra ambient-house zona Orb e HD intinta nel dub, questo EP (esordio su Dekmantel) diventa ora il poster – forse definitivo – del genere, rimodellandone gli angoli più acuti e iniettando un potente sedativo che circola lento e inesorabile per tutta la mezz’ora d’ascolto. A voler fare un collegamento più azzardato, si potrebbe mettere a confronto l’orientamento alla materia reggaeton di Python con quello degli Equiknoxx sulla dancehall (che diventa pertanto “avant”), non fosse che se questi ultimi mantengono salde le radici storiche e sociali con Kingston e i lavoratori distrutti da Panama, al Nostro interessa solo mettere a fuoco l’ariosità della vita («I like calm shit»).
Quelle che abbiamo tra le mani sono composizioni che nascono e prendono forma nei silenziosi fondali dell’Oceano, spogliate della tendenza all’erotismo sfrenato del twerking e delle canotte bianche (mantenendo tuttavia un certa affinità nei titoli), ma che mostrano essenzialmente lo sfizio e la malinconia di restarsene chiusi in casa mentre tutti gli altri vanno a ballare sulle note caraibiche. Tagliando a corto, metti un Larry Heard che lascia tutto e se ne va a vivere a Portorico o un J Balvin che prende un colpo di calore e si divora il catalogo Warp, andando in fissa per i pad subacquei e l’effettistica dei Boards Of Canada, quindi strumentali di assoluto pregio, bellezza e fluidità che potrebbero tranquillamente portare la firma di Nicolas Jaar. Ma fate attenzione: se verrete trascinati di forza a una festa, occhio a non chiedere al DJ di mettere Be Si To, che rischiate di beccarvi l’ennesimo «te quiero con migo».
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