Recensioni

6.5

Zachary Cole Smith è uno dei protagonisti di una stagione senza eroi. Un tempo producendosi in uno sforzo creativo come quello di Is The Is Are si sarebbe guadagnato memoria imperitura e qualche stelletta sulla marsina della credibilità artistica, alla maniera di Billy Corgan. Magari persino il ruolo di cantore generazionale. Oggi è tutto più complesso, ed è lui il primo ad esserne consapevole.

Zachary infatti scrive innanzitutto per se stesso, come terapia. E poi per tenersi fuori dai guai e cercare di razionalizzare quei percorsi che lo hanno portato fra le braccia dell’eroina. Spesso si lascia ispirare qualche romantico verso dall’amata Sky Ferreira. Anche per questo Is The Is Are brulica di vita, sicuramente più che il precedente Oshin, in cui ogni sentimento appena più sincero appariva filtrato attraverso strati di riverbero ottundente. Oggi le sonorità più pulite permettono di avere un’idea più chiara di quello che avviene nei vari comparti dei DIIV. Di godere di un jingle jangle opalescente che rimanda direttamente alle trame asciutte dei primi Cure (trasfigurati attraverso l’esperienza shoegaze), ma che nei momenti più riflessivi recupera la grazia ascetica dei Durutti Column.

Stando a quanto Cole ci ha raccontato, l’album è studiato per essere assimilato senza troppo sforzo. Canzoni vecchio stampo che pure aggirano oculatamente il canovaccio del verse-chorus-verse e si segnalano più per la carica evocativa che per la potenza delle melodie. Il risultato è che, anche dopo ripetuti ascolti, resta comunque difficile isolare un frammento in quel contesto sfaccettato, ma comunque compatto, che è il suono dei DIIV. Fa eccezione Blue Boredom, cantata da Sky sotto un’orgia di distorsioni, con fascino glamour e conseguente “effetto Kim Gordon” che alzano inevitabilmente il livello dell’attenzione e quello del testosterone.

Per il resto, la ripetitività ritmica di matrice kraut, l’ipnosi chitarristica, il crooning catatonico di Smith innescano un meccanismo di assuefazione che fa dell’album un’esperienza immersiva, in cui il valore del tutto è ancora maggiore della somma delle singole parti. Un’operina psycho rock certamente appagante, ma ancora lontana dal garantire ai DIIV quel ruolo di primo piano che il loro giovane leader agognava.

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