Recensioni

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Non ci sono prove scientifiche, ma credo che il riff di Smoke On The Water lo conoscano anche i monaci tibetani. Qualunque ragazzo – sano di mente – che ha tentato di suonare la chitarra ha desiderato impararne gli accordi. Brian Tatler, fondatore dei Diamond Head, è solo uno dei tanti: «il mio obiettivo era suonare come Blackmore, mi ha ispirato a fare pratica e mi ha istillato il desiderio di avere una Fender Stratocaster».

Firmato dall’intero collettivo dei Deep Purple, Smoke On The Water apre il lato B di Machine Head, disco del 1972 che arriva dopo In Rock (1970), considerato l’apice discografico del quartetto inglese, e Fireball (1971), che risulta deludente anche per la band che si è assestata attorno a Ian Gillan, Ritchie Blackmore, Jon Lord, Ian Paice e Roger Glover. Quello che i cinque non sentono in Fireball è l’amalgama esplosivo che hanno trovato sul palco e vogliono catturare su disco per il nuovo capitolo discografico. Come sede delle operazioni scelgono Montreaux, agglomerato di poche decine di migliaia di anime che si trova incastonato tra il lago di Ginevra e le Alpi, diventato famoso in tutto il mondo per l’omonimo Jazz Festival.

Inaugurata nel 1967, la manifestazione venne affiancata da una seconda parata musicale intitolata Super Pop, che faceva del rock il fulcro di attrazione: i Deep Purple furono invitati all’edizione del 1969 (suonarono il 4 ottobre) e lì nacque l’infatuazione per la paradisiaca cittadina svizzera, al cui fascino non sono scampati altri illustri residenti: nel corso degli anni, e solo per rimanere in ambito musicale, Ian Anderson, David Bowie, Freddy Mercury, cui è stata dedicata una statua che si trova in riva al lago, e probabilmente il più famoso – e più eminente – di tutti, il compositore russo Pyotr Iliych Tchaikovsky. Poiché Montreaux era sprovvista di studi di registrazione (i Mountain Studios furono costruiti nel 1975), i Purple pensarono di fare come i Led Zeppelin, che ritiratisi a Headley Grange mansion, nella campagna inglese dell’Hampshire, avevano usato per registrare buona parte di III e IV il Rolling Stones Mobile studio – uno studio di registrazione attrezzato all’interno di un camion a sei ruote di quasi 10 metri di lunghezza gestito dal tecnico del suono Glyn Johns, che il caso voleva si trovasse non molto distante, nel sud della Francia, dove proprio gli Stones avevano da poco registrato Exile On Main St..

Era stato Claude Nobs, uno degli organizzatori sia del Festival di Montreaux sia del Super Pop, a mettere a disposizione dei Deep Purple la hall principale del Montreux Casino, chiuso ai turisti per la stagione invernale. La band vi avrebbe sistemato la strumentazione, mentre trovò ristoro nell’adiacente Eurotel, dove Nobs, il giorno dell’arrivo, fece trovare nelle camere di ogni musicista l’invito per assistere al concerto di Frank Zappa con le Mothers Of Invention del 4 dicembre, ultimo evento della stagione al Montreux Casino iniziato alle 3 del pomeriggio e finito in anticipo sulle previsioni per effetto di un razzo segnalatore sparato da un fan verso il tetto del locale che scatenò un incendio che rase al suolo il locale e poi l’intero edificio che lo conteneva, insieme ad altre attività. Parcheggiato nei pressi, lo studio mobile venne salvato dalla reattività di Ian Stewart, ex-Rolling Stones silurato da Jagger e soci perché ritenuto poco fotogenico (!), al quale era stato concesso di rimanere nel “giro” come factotum, «altrimenti – ricordò Blackmore – non avremmo avuto nulla per registrare il disco».

La base strumentale di Smoke On The Water, che nasce, come esplicita il titolo, sull’onda emotiva di quegli eventi, venne registrata al Pavilion, un teatro che il prodigo Nobs aveva prontamente trovato in sostituzione del Casino andato in fumo per stipare la band e tutto il materiale tecnico. Ma non ci fu neppure il tempo per finire il brano: i Purple vennero allontanati dalla polizia per effetto del volume assordante che aveva sollevato le proteste del vicinato. Nello sfortunato inizio un segno incoraggiante: la band aveva trovato quella dimensione tellurica, da concerto, che andava cercando di mettere su nastro.

Ian Gillan aggiunse le parole a quel brano registrato come Title #1 al Grand Hotel, dopo lunga ricerca il nuovo headquarter, dove l’intero apparato sonoro venne disposto in diverse camere. Come accade spesso, è difficile intuire sul momento la bontà di quello che stai facendo o hai per le mani. A caldo i Deep Purple non intuirono il potenziale deflagrante di Title #1 diventato nel frattempo Smoke On The Water su suggerimento di Roger Glover: avevano da poco fondato la Purple Records, e, responsabili delle release, la scelta del primo singolo estratto dall’album (il 18 marzo 1972) cadde su Never Before, brano che chiude il lato A e si distingue, oltre che per il solito magnifico solo di Blackmore, e poi di Lord al piano elettrico sul finale, per uno staccato centrale (da 1’56” a 2’22” circa) che sa di romanticheria à la Pink Floyd. Benché Never Before non sia riuscita ad andare oltre il n. 35 delle classifiche UK e sia uscita presto dalle scalette dei concerti, la canzone mantiene lo standard, altissimo, di tutto il disco.

Per tornare a Smoke On The Water pubblicato come singolo il 1° maggio 1973 – Disco d’oro in UK, USA e Italia – il quotidiano svizzero Le Matin, giovedì 30 dicembre 1971, pubblicò un articolo secondo il quale la polizia aveva identificato il «some stupid with a flare gun» cantato da Ian Gillan in un espatriato cecoslovacco fuggito dalla sua terra dopo l’invasione dei paesi del Patto di Varsavia nell’agosto del 1968. Zdeněk Špička, questo il suo nome, non venne mai arrestato e se ne persero le tracce. Nato nel 1949, oggi 73enne se fosse in vita, è strano che in tempi come questi e in tutti questi anni, con i media sempre alla ricerca del freak da sbattere in prima pagina o in prime time in tv, gli editori disperatamente bisognosi di biografie oramai concesse a nani, ballerine e influencer, Špička non si sia palesato per raccontare la sua verità: avrebbe potuto farci il suo gruzzoletto. Ultima curiosità, nella picaresca vicenda c’è anche un po’ di Italia: la pistola lanciarazzi, sempre secondo il giornale svizzero, era di costruzione tricolore.

Ovvio che oltre al folklore, e al riff di pochi accordi – secondo Ian Paice mai usati prima perché Blackmore li riteneva troppo banali; ma anche l’alfabeto è composto di pochi semplici lettere… poi ci costruisci sopra una cultura –, c’è di molto più: il solo del chitarrista, esemplare, è il motore complesso ed elastico di un mezzo corazzato, l’intero brano, che ha le linee eleganti di una Aston Martin. Una definizione che si può estendere all’intero Machine Head.

Al possente attacco da blizkrieg sonica di Highway Star, che sfreccia e ruggisce della programmatica ritmica Glover-Paice, gli eterni duellanti Lord-Blackmore si sfidano a suon di solo infiocchettati con uno sgualcito neo-classicismo. Un hors-d’oeuvre che ha la stessa consistenza e sapidità delle portate principali: una Lazy che dilata l’ampiezza e vive di un contrasto irrisolvibile – la depressione che cola tra le parole del testo opposta all’antitetica risolutezza delle note – se non fossero i migliori Purple di sempre a gestire il paradossale connubio; Space Truckin, capace di resuscitare i morti, tanto è vitale: come accade in Ash Vs Evild Dead, superlativa serie horror-demenziale che apre e chiude, dopo tre stagioni, sulle note della canzone che sigilla Machine Head, una infusione di adrenalina senza pari per l’ennesimo riff da antologia – ispirato a Blackmore dal title theme, scritto da Neal Hefty, della serie tv Batman della stagione 1966.

Maybe I’m a Leo, al cui riff contribuì in maniera determinante Roger Glover, e Picture Of Home, introdotta da un furioso solo alla batteria di Ian Paice, veloce sui binari di una frenetica figura ritmica disegnata dall’organo di Jon Lord, non entrano a fare parte dei classici che accompagneranno la band sul palco (la seconda ritroverà la scaletta in questi ultimi anni) ma sono tutt’altro che scorie: rilucono di brillantezza limitata solo perché al cospetto di stelle brucianti come raramente capita di vedere in quantità così vasta, gomito a gomito.

Pubblicato il 25 marzo 1972, dopo una settimana Machine Head è n° 1 in UK, mentre negli USA la posizione più alta, n° 7, la raggiunge solo nel 1973, sulla spinta della pubblicazione di Smoke On The Water su singolo avvenuta nel maggio dello stesso anno. L’album raggiunse la vetta nelle classifiche di tutta l’Europa che contava, in fatto di mercato discografico, ma anche in Australia e Canada.

Machine Head dimostra come i Deep Purple avessero una visione e doti ben più ampie della classica band di hard rock. Il blues che esonda da Lazy è evidente dimostrazione di elasticità mentale; e altrettanto si deduce da When A Blind Man Cries, in origine B side del singolo Never Before piazzato in coda alle ristampe su Cd degli anni 2000, e questo può non stupire. Di certo incuriosiscono maggiormente le incursioni nel mondo del prog rock: la lunga intro all’organo della già citata Lazy, ma anche la più sorprendente Pictures Of Home, che da 3’00 a 3’40” offre un solo di organo quanto mai barocco e, a seguire, un dialogo basso-batteria che sembra puro verbo Gentle Giant. Inoltre vale ricordare le già sottolineate soavità floydiane che innervano Never Before.

Detto della incombenza di Jon Lord che prevale su quella di qualsiasi altro tastierista in ambito hard-rock dell’epoca, dell’impulso top-notch di Glover & Paice, della vocalità esplosiva ma controllata di Ian Gillan, al cospetto di Ritchie Blackmore ci si può solo togliere il cappello: l’eleganza del suo tocco, il fraseggio dalla tempistica perfetta anche nella durata dei solo, la timbrica, il supremo gusto, ne fanno un chitarrista che avrebbe fatto le fortune di qualunque band, anche lontano dal territorio scivoloso dell’hard rock/metal, dove il tecnicismo è diventata una dura legge che sopravanza qualunque altra dote musicale. Ma stiamo parlando di un fuoriclasse: quale tecnica, via!, Ritchie Blackmore sfoggia arte. Peccato non abbia provato, a “emigrare” musicalmente, se non con la più recente esperienza del Blackmore’s Night che in qualche modo ne libera l’innata trasversalità.

Luke Morley, chitarrista di Terraplane, Thunder, The Union, ha detto: «Machine Head aveva così tanti grandi momenti (…). Il modo di suonare di Blackmore era ed è ancora idiosincratico e immediatamente riconoscibile; la sua figura ha avuto una enorme influenza su tutti i chitarristi della mia generazione».

Il 1972 è l’apice del successo e della forma artistica dei Deep Purple, e si trasforma, come avvenuto per altre favole del rock’n’roll, nell’inizio della fine per la migliore incarnazione della band: solamente due dischi e due album dopo, nel 1974, Burn verrà registrato – ancora a Montreaux, ancora con lo studio mobile degli Stones – con David Coverdale e Glenn Hughes al posto rispettivamente di Ian Gillan e Roger Glover: erano entrati insieme nei Purple nel 1969 provenienti dagli Episode Six, insieme se andavano, insieme sarebbero tornati per affiancare Ritchie Blackmore, Jon Lord e Ian Paice dieci anni dopo, nel 1984, e registrare Perfect Strangers, il secondo disco dei Deep Purple diventato di platino negli Stati Uniti. Indovinate quale fu il primo. Esatto.

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