Recensioni

Come recita la nota stampa, una componente dell’approccio nel primo lavoro collaborativo di Dean Spunt (batterista dei No Age) e dello sperimentatore statunitense John Wiese è l’ironia. Più che giocosità, tuttavia, il concetto va inteso come una leggerezza nello sperimentare con i suoni tipicamente americana, quella che a partire da una salda competenza sa spingersi oltre senza irrigidimenti accademici. Un elemento che in effetti è percepibile anche in questo primo incontro dei due, mostrando tanta perizia tecnica quanta apertura mentale.
Suddiviso in due lunghe tracce, il disco poggia sul riconoscibile marchio di fabbrica di Wiese, fatto di giochi di pan fulminanti e continui tagli schizzati, ma arricchito da un approccio free dettato non solo dalla batteria di Spunt, ma anche dalla nervatura di scampoli swinganti e dinamiche rumoriste spurie. Un duello che gioca con la nevrosi e con i vuoti con distacco ma altrettanta attenzione, una visione protesa verso la ricerca di un percorso, ma agita con rigore e con la fondamentale curiosità di vedere dove effettivamente possa portare. Ne fuoriesce una narrazione totalmente astratta e un’interattività filosoficamente minimalista e fattualmente anarchica.
Da un lato il noiser stratifica i tagli con profondità di ritardi e frammenti di manipolazioni in tempo reale, dall’altra la batteria segue gli squarci, le sospensioni e le falciature dettate dall’elettronica, fino a raggiungere una encomiabile compenetrazione dei due ingredienti. Risuonano i momenti più elettroacustici di album come Sepsis dei Sissy Spacek di Wiese ma deviati verso un freeform febbrile e nervoso. Non qualcosa di del tutto inedito, ma portato a casa con tanta brillantezza e personalità da risultare molto più che convincente.
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