Recensioni

Dopo diciotto stagioni e quattrocento episodi ecco la famiglia più amata d’America approdare al grande schermo e la cosa è gradita tanto più che “it takes a wide screen to fully capture Homer Simpson’s epic stupidity”. Nessun’altra spiegazione ci interessa se non quella gioia un po’ ignorante di vedere proiettato sul grande schermo l’inno all’indolenza, alle dipendenze e alle umane debolezze rappresentate da questo adorabile capofamiglia. Del resto si tratta della “migliore serie televisiva del secolo” (Time) e, come tale, si meritava il posto d’onore, la larghezza del big screen. Così, sulla scia del successo, già nell’aprile 1997, la 20th Century Fox si accaparra il dominio simpsonsmovie.com. Ci sono voluti ancora dieci anni di accordi e riscritture ma nel 2007 la risposta del pubblico è ancora calda: il box office ha fatto segnare i 3 milioni e mezzo di dollari nel primo week-end di uscita nelle sale ma è salito nel corso delle sei settimane di programmazione fino a toccare i 178 milioni di dollari solo negli States.
È un po’ inutile raccontarvi la storia: come accade di solito negli episodi tv, si tratta di un inanellarsi infinito di eventi surreali. Homer deve salvare l’intera città di Springfield da una catastrofe dovuta all’inquinamento da lui stesso provocato. Ha, infatti, gettato nel lago un intero silos contenente pig’s crap (bip di maialino). Da lì un disastro ecologico si abbatte su Springfield. Il nuovo Presidente degli Stati Uniti Arnold Schwarzenegger, e il capo di una non troppo surreale agenzia di protezione ambientale, un certo Russ Cargill devono decidere i provvedimenti. Per farlo c’è un’unica soluzione: le buste chiuse dei tv-shows! L’opzione scelta a caso è il “dome”, una cupola protettiva che esclude l’intera città dal resto dell’America (una sorta di presa in giro del famoso “scudo stellare” che sotto la presidenza Reagan e poi Bush jr. era stato immaginato come difesa da attacchi missilistici, solo che qui viene usato per… evitare di risolvere il problema!). Homer reagisce, dopo l’iniziale cautela da pusillanime quale è, salvando famiglia e città.
La più grande scommessa degli ideatori era quella di evitare di concepire il film come una sequenza di tre episodi: per far questo ci sono voluti molti mesi di riscritture e la possibilità di allargare il “cast” (si ritrovarono ad avere addirittura un centinaio di speaking parts). Per tutelare l’originalità del film rispetto al tv show che intanto proseguiva, vennero presi accordi secondo cui nessun elemento del plot avrebbe dovuto fuoriuscire dallo studio blindato in cui gli scrittori lavoravano. Di fatto l’acume del team si è rivelato eccellente nelle battute più che, ovviamente, nella storia, pretesto per un perfetto meccanismo ad orologeria della risata basato sul ritmo delle battute agganciate le une alle altre. Impossibili da ricordare tutte, alcune sfuggono, molte esprimono questo profondo senso di sfiducia che i cineasti (Moore, Linklater, Spurlock) sentono ultimamente nei confronti dell’era Bush. Lo dimostrano la battuta iniziale di Itchy e Scratchy sulla violenza americana camuffata da epica eroica alla base dei rapporti che il paese intrattiene col resto del mondo, o la battuta di uno dei migliaia operatori del Defense Agency, dopo aver intercettato una conversazione di Marge con i ragazzi, che suona più o meno: “Finalmente il governo ha preso uno che stava cercando!”. Per non parlare, poi, dell’acume con cui Groening riesce a tratteggiare i costumi e le abitudini americane, le tendenze di certe comunità ristrette a trovare il capro espiatorio, il gusto per le sofisticatezze tecnologiche: tutti elementi su cui s’innescano le battute migliori.
Un altro problema del team era quello di esaltare le potenzialità del grande schermo che permetteva un raddoppiamento dello spazio a disposizione per il layout dei disegni. Così lo schermo si riempie di “grandissime scene di massa” (huge mob scene), elemento di novità rispetto ai tagli close-up del tv show. Per le mob scenes, il regista Silverman ha preso come riferimento addirittura film come Giorno Maledetto (Sturges) per l’uso del cinemascope e Questo pazzo, pazzo, pazzo mondo(Kramer). Non si possono contare, del resto, le citazioni di film che Groening fa e ha fatto nel corso dei 18 anni di programmazione dei Simpson. Grande cinefilo, amante di film sci-fi di culto come Gli invasori spaziali (Menzies, 1953) o Beyond The Time Barrier (Ulmer, 1960) inedito da noi, incentrato sul time-travel che influenzerà anche Futurama, Groening è anche grande consumatore di tv e ovviamente di cartoon: Donald Duck (di Barks) e Mickey Mouse (di Disney) e altri decisamente meno conosciuti da noi. Ma Disney, non è mai stato fra i suoi favoriti: paragonato in un episodio tv a Hitler e accusato di aver spaventato a morte generazioni intere di bambini impressionabili (!) Insomma non importa essere tra i fedeli che non si perdono una puntata o tra gli acculturati che bistrattano un intrattenimento da cultura popolare, andate comunque a vedere questo film con un secchiello di popcorn o magari con uno zuccherosissimo donut rosa: non ve ne pentirete! Se pensate di scendere troppo in basso pensate che c’è un tizio, un certo Mark Pinsky autore di un best seller sulle abitudini religiose e la vita spirituale della famiglia animata più amata d’America con tanto di riferimenti a cristianesimo evangelico (Flanders), ebraismo (Krusty) e buddismo (Lisa).
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