Recensioni

7.3

Ci si perde — e ben volentieri, tra l’altro — nello straniante espressionismo di Danno, che dopo la sua stagione da romanaccio veterano (coi Colle Der Fomento, ovviamente), le disillusioni cyberpunk del capitolo Artificial Kid e il traslucido, quasi mistico lirismo in forme jazz di Oltremare — in collaborazione con il sassofonista Raffaele Casarano — sceglie finalmente di raccontarsi da solista.

E solo è, dunque, Simone Eleuteri, 51 anni, in mezzo al mare su una copertina che c’entra poco col lugubre hardcore che incontriamo in tracklist: coincisa, ordinata, serratissima. Ma almeno riflette la ricetta fondamentale del disco: che l’uomo, prima del rapper, è irrimediabilmente solo. Solo anche perché non ha bisogno di altro se non del suo potere immaginativo e del suo ingarbugliato inchiostro, che insieme al tappeto pimpante, nervoso, quasi bellico ricamato da DJ Craim, racconta storie di soprusi, depersonalizzazioni, dichiarazioni di guerra e fascinazioni anarchiche.

Il rapper romano, che da trent’anni respira hip hop fino quasi a coincidere col termine stesso — almeno nella sua accezione culturale più pura — arriva a sentirsi un poeta maledetto come Tom Waits, che “fugge via tra i cani pazzi dell’estate”, che forse ha “i vestiti giusti” ma ad essere “sbagliata è la mia faccia”, che è costretto a distorcere la voce e, inevitabilmente, a perdere una parte di sé. Prosegue su questa strada di acido malcontento con uno spezzatino di citazioni, visioni, metafore, sogni e disincanti.

In Il Blues di Gundabad Gundabad, uno dei luoghi sacri per i nani nell’universo di J. R. R. Tolkien, diventa un velenosissimo inno antisistema, una lugubre ballata dei bassifondi che non solo è estremamente attuale, ma anche particolarmente efficace nel suo avvelenato giro da piano bar.
Meno predicatoria e più incazzata è invece Killemall, violentissima, che sia nelle manipolazioni sintetiche di Craim o nel flow iper-distorto, misantropico fino quasi all’auto-cancellazione. Lo stesso accade in Vamos a la Playa, che è un sudatissimo funk romano con accezioni punk e un frullato di immagini talmente vasto che non c’è più alcun dubbio: è un inchiostro inarrivabile.

È qui che Er Danno rischia di perdere la sua ricchezza espressiva (vedi l’insaguninata ma fiabesca Baseball Fury o l’interminabile Yokozuna / Jakesulring – di oltre 6 minuti – che rimarcano un ostinato fascino hardcore), cercando di essere per forza bomba e coltello dell’oggi, dell’hip hop, di sè stesso. Riesce a sfuggirne poi, quando il suo spettro musicale si cede maggiormente alle contaminazioni e quando lui, uomo in febbrile stato di amarezza e tormento, scava realmente a fondo. È il caso di Brucia Roma, forse uno dei pezzi più emblematici poiché, scritta da un fedelissimo capitolino, immagina la Città Eterna in fuoco e fiamme, navigando in uno spazio distopico, fascinoso, dove percussioni secchissime in crescendo e una malmessa melodia di piano costruiscono la cornice per il perfetto sogno di Apocalisse. Non per terminare, solo per “ricominciare dall’inizio”, senza violenza, dolore, monumenti, potere, amore.

Il vertice emotivo, che arriva in tutta la sua forza, è segnato soprattutto dal tris finale. Philipcooks (distorsore), dove Danno è più che mai straniato e impostore di sé stesso, su un loop jazzy, ebbro e tormentato. L’outro Svegliami, con Motta, straziante dedica alle insicurezze del padre in un nevrotico e maciullato pop coi demoni in testa. E Colibrì, davanti alla quale ogni parola sembra superflua, perché nulla c’è da aggiungere quando un artista sa svuotarsi così in una così sconvolgente alchimia metrica: “Nella mia testa a vuoto gira solo un soliloquio / Dice che è ciclico ogni sbalzo nel mio tono timico /Dice è normale ma ogni attimo qui dentro è critico /Dice è biochimico, il problema è un caso clinico / Sì, è tipico di quelli come me che stanno in bilico / ma volevo dirti in fondo che ho provato a stare meglio / ma queste pillole confondono e per stare sveglio / devo smussare questi spigoli con lo scalpello /sparare alla mia ombra e vincere anche ’sto duello.”

A 51 anni Danno scrive probabilmente meglio del 99% dei rapper che abbiamo avuto — e che abbiamo — nel nostro Paese. Oggi è solo, finalmente. L’occasione per scrivere le proprie mature, visionarie, fragilissime turbe “giovanili”.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette