Recensioni

7.2

Il concetto di supergruppo è stato oggigiorno ripensato (se non proprio abusato), al punto da sembrare ormai una pruderie individuale legata alla circolazione del nome (la cosiddetta “visibilità”), più che una vera e propria necessità artistica. Non è il caso del presente Dan’l Boone, esordio della omonima sigla dietro cui si cela la apparentemente eterogenea e sicuramente pericolosa accozzaglia di noisers, fattoni, terroristi sonori e quant’altro formata da Alex Moskos (Aids Wolf, Drainolith), Nate Young (Wolf Eyes), Charles Ballas (Howling Hex, Formant) e quel Neil Hagerty di RoyalTruxiana memoria.

Nata da una idea del primo, pronto a dare un seguito al suo album d’esordio col progetto in solo Drainolith – decostruzioni al minimo dei giri di una materia grossomodo rock – la formazione a quattro è una sorta di estensione delle session di registrazione del disco di Moskos deflagrata verso lidi di disfacimento noise, in cui le diverse esperienze dei singoli confluiscono e collidono in una materia che è ora ambient (malefica), ora avant-noise (destrutturato), ora psichedelia in abuso di stupefacenti, ora elettronica sfatta e sfiancante, ora rimasugli rock buttati in una discarica in cui tutto ciò che c’è di più repulsivo in ambito rock trova il giusto posto. Dopotutto, come indica la label,Twin Infinitives as a style of music, Dan’l Boone as an acolyte” parrebbe essere il motto del neo-quartetto, rimandando per le coordinate sonore dell’album al capolavoro del fu duo Royal Trux: stessa malattia di fondo, stessa foga destrutturalista, stesse dinamiche di oblungazione e travisamento di ogni momento larvatamente rock, per un lavoro di sicuro poco accessibile – ascoltate la psichedelia “docile” e drogata di Mindface per farvi una idea dello spappolamento del suono dei quattro – ma di indubbio valore per chi si interessi di slanci in avanti.

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