Recensioni

Il concetto di supergruppo è stato oggigiorno ripensato (se non proprio abusato), al punto da sembrare ormai una pruderie individuale legata alla circolazione del nome (la cosiddetta “visibilità”), più che una vera e propria necessità artistica. Non è il caso del presente Dan’l Boone, esordio della omonima sigla dietro cui si cela la apparentemente eterogenea e sicuramente pericolosa accozzaglia di noisers, fattoni, terroristi sonori e quant’altro formata da Alex Moskos (Aids Wolf, Drainolith), Nate Young (Wolf Eyes), Charles Ballas (Howling Hex, Formant) e quel Neil Hagerty di RoyalTruxiana memoria.
Nata da una idea del primo, pronto a dare un seguito al suo album d’esordio col progetto in solo Drainolith – decostruzioni al minimo dei giri di una materia grossomodo rock – la formazione a quattro è una sorta di estensione delle session di registrazione del disco di Moskos deflagrata verso lidi di disfacimento noise, in cui le diverse esperienze dei singoli confluiscono e collidono in una materia che è ora ambient (malefica), ora avant-noise (destrutturato), ora psichedelia in abuso di stupefacenti, ora elettronica sfatta e sfiancante, ora rimasugli rock buttati in una discarica in cui tutto ciò che c’è di più repulsivo in ambito rock trova il giusto posto. Dopotutto, come indica la label, “Twin Infinitives as a style of music, Dan’l Boone as an acolyte” parrebbe essere il motto del neo-quartetto, rimandando per le coordinate sonore dell’album al capolavoro del fu duo Royal Trux: stessa malattia di fondo, stessa foga destrutturalista, stesse dinamiche di oblungazione e travisamento di ogni momento larvatamente rock, per un lavoro di sicuro poco accessibile – ascoltate la psichedelia “docile” e drogata di Mindface per farvi una idea dello spappolamento del suono dei quattro – ma di indubbio valore per chi si interessi di slanci in avanti.
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