Recensioni

7.5

Cristian Vogel torna a pubblicare per la Mille Plateaux (che aveva già ospitato i due album Beginning To Understand e Specific Momentific a cavallo della metà dei ruggenti Anni Novanta), e il sigillo di qualità dell’intellettualoide label di Francoforte alza l’asticella delle aspettative verso l’ennesimo lavoro di uno degli “hidden masters” più competenti e colti dell’elettronica europea.

La risposta del veterano nato in Cile, cresciuto in UK e da qualche anno residente a Copenhagen non delude le attese degli appassionati meno accomodanti: il catalogo di stimoli sonori qui offerto da Vogel è ampio e profondo, spaziando dalla distorta dub-techno di Hyphaedelity all’intransigente hardcore belga di Transferenz, passando per il trip-hop subacqueo di Emanations e Cables, il viaggio su binari dark di 1Zhuayo Express, il mantra in delay di Dronning, l’acida saturazione di Serpent Acid. Nel lotto spiccano Astro Cumbia (dove un arpeggio kosmische sporca e quindi sublima il ritmo latino per un risultato di malata, morelliana danzabilità), S18 (squarcio psichedelico ad alta fedeltà che diventa incubo ricorrente), Calavera (che rimanda, non solo nel nome, al mistero di un vicino aldilà) e Angle Phase Life (accortamente chiosato Disintegration Mix, il pezzo tracima, frantuma e rimodella un secolo di sperimentazione sonica, tra musique concrète ed esperimenti acusmatici).

Il tutto è confezionato a vari strati di senso, il più profondo dei quali suscita una persistente angoscia da deja entendu: dove ho già sentito questo suono? E questo ritmo? Tu chiamala, se vuoi, hauntechno. La press release del sempre più ermetico Achim Szepanski (paròn e maître à penser della Mille Plateaux, e che non a caso qui firma il testo insieme a Lain Iwakura, ovvero l’eroina dell’anime Serial Experiments Lain) cerca di inquadrare l’album nell’astruso (ma spassoso) coacervo di teorie postdeleuziane dell’Ultrablack e della non-music (che già avevamo provato a decrittare qui e qui), ma forse vale più la pena di prendere spunto da Exmachina, il recente bellissimo saggio paranoide di Valerio Mattioli, sfruttandone le chiavi di lettura della «storia musicale della nostra estinzione»: senza sberleffi da trickster (niente ghigni aphexiani, per carità), qui Vogel si pone tra l’algido laboratorio degli Autechre e le pseudo-memorie agrocatodiche dei BoC, facendosi medium tra umano e non-umano, trascrivendo le ricostruzioni ex post di rave e dancefloor che la Macchina ha riassemblato senza poterne cogliere i corpi, il movimento, il sudore.

Rimandi a ricordi androidi che noi pecore elettriche non possiamo che aver sognato, spettri del passato rimasticati da un futuro prossimo alla fine. D’altronde l’intro del lavoro diceva già tutto: Memorista.

Amazon
SentireAscoltare

Le più lette