Recensioni

In copertina uno spicchio di luna che si staglia sullo sfondo scuro a mo’ di profilo di volto umano dall’espressione triste, un po’ Pierrot un po’ George Méliès, in un bianco e nero dai toni espressionisti; come titolo, una parola arcaica (presa dal poema Beowulf) traducibile in inglese come shadow helm, l’elmo dell’ombra. Tra proto-fantascienza ed epica medievale si muove anche l’immaginario sonoro dei Crippled Black Phoenix, cifra sognante incubatrice di incubi, in fuga dalla realtà, universo a tinte fosche collocato non nel futuro, carico di incertezze, quanto piuttosto in un passato mitico e rassicuratore.
I CBP non sono una vera e propria band ma un sistema cosmico, per l’appunto, che fin dalla sua fondazione, e nella sua moltitudine di componenti – tra membri attuali, ex e touring lineup -, ruota attorno alla figura cardine di Justin Greaves, polistrumentista e principale autore di quasi tutti i brani, che infatti il nome del gruppo se lo intesta indistintamente anche come pseudonimo personale. Con questo sono tredici gli album dati alle stampe dalla sigla, tutti all’insegna di un mix a tinte gotiche che spazia tra post-rock, metal, prog e doom. Un caleidoscopio di echi e riferimenti ovviamente dal forte stampo chitarristico.
Ma di carte da giocare Greaves e sodali ne hanno parecchie e un asso lo calano fin dalle battute iniziali, quando l’allucinato carillon in coda all’opening One Man Wall Of Death sfuma nella maestosa Ravenettes, che fonde rumore e melodia: è il primo momento perfetto di un’opera dalla durata di un’ora e sei minuti, per dodici brani totali, il cui ascolto fila via che è un piacere. Spicca anche Things Start Falling Apart, tra le cui malinconiche aperture sinfoniche riecheggiano quei Mogwai che citiamo non a caso, visto che nel primo lustro di attività il combo contava anche sull’apporto di Dominic Aitchison, bassista e compositore della formazione scozzese. Così come si fa notare un passaggio che occupa ben otto minuti e mezzo dei suddetti sessantasei, la cavalcata No Epitaph/The Precipice che si apre come una ballata di Mark Lanegan o Nick Cave e poi monta, elettrica e imponente, come una Misunderstood dei Dream Theater. Due pezzi in uno, col secondo a rievocare le incalzanti e post-atomiche fughe dei Godspeed You! Black Emperor.
Sceaduhelm è saturo, potente. Magari a volte esagera, come fa con il costante (e a tratti ridondante) ricorso a dialoghi fuori campo estrapolati da quelli che sembrano film d’epoca e inseriti nel mezzo delle canzoni. Succede un sacco di volte, per esempio in The Void, che il vuoto lo riempie anche con rimandi ai Sigur Rós, oppure in Vampire Grave, nei cui secondi iniziali riecheggia una risata che sembra quella di Speak To Me dei Pink Floyd, anche se poi il brano diventa ben presto una galoppata punk-rock in stile Stooges. Non tutto è riuscito e inoltre una sforbiciata a un paio di passaggi prescindibili (la stanca Dropout e la telefonata Colder and Colder) forse avrebbe giovato. Ma ci stanno anche le cadute, specie se veniali. Per citare gli ultimi due brani in scaletta, alla fine di questo viaggio non si arriva Tired To The Bone, ma carichi come molle e pronti a diventare dei Beautiful Destroyer.
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