Recensioni

La ristampa dei sei album targati CCR ci offre il destro per togliere un po’ di polvere e qualche sassolino dalle scarpe a Pendulum, penultima fatica della band californiana. Uscì nel dicembre del ’70, pochi mesi dopo il clamoroso Cosmo’s Factory (luglio 1970), che assieme al predecessore (del novembre 1969) ha da sempre costituito un termine di paragone ingrato. Capita così che di Willy And The Poor BoysPendulum si perdano le tracce nei testi sacri del classic rock, malgrado contenga un hit assoluto come Have You Ever Seen The Rain?, inossidabile cliché folk-pop dall’ariosa mestizia di cui né le playlist né gli epigoni si sono scordati. Eppure, è un grande disco, forse l’album dei Creedence più coeso e meglio invecchiato, non a caso il primo che non vede cover in programma, tutti pezzi originali (firmati John Fogerty, of course) votati ad una parziale sconfessione della brusca immediatezza rock-blues che fece la loro fortuna (tolti i boogie travolgenti di Hey Tonight e Molina, non a caso altri due singoli parecchio fortunati nonché incandescenti feticci power pop).
Ricca di rimandi al deep soul, la scaletta sciorina brani turgidi come Pagan Baby e dall’acidula sbrigliatezza funk come Born to Move (con una densa, lancinante copula di Fogerty sull’organo Hammond), ballate intrise di dramma e abbandono come (Wish i Could) Hideaway – i Traffic stemperati Gram Parsons – oppure d’elastica apprensione (It’s Just A Thought), passando dall’errebì trepido e arrembante di Chameleon (praticamente un apocrifo Van Morrison via James Carr) e dall’esotismo arguto di Sailor’s Lament (coi suoi call & response in bilico tra gospel e Africa).
Un chiaro tentativo di addentrarsi nell’umore del proprio sound, smorzando toni e volume, alla ricerca di consonanze con le vibrazioni psych che permeavano l’aere di quei seventies così acerbi e già feroci. A mo’ di avanscoperta – potremmo dire – viene gettata Rude Awakening, No. 2, strumentale che prima dipana uno struggente filo folk-prog quindi innesca peripli cosmic-psych meno suggestivi che bizzarri, tipo – se me lo consentite – un Country Joe che fa il verso ai Pink Floyd, bastevole comunque a dimostrare tutta un’attitudine in parte ribadita dalle due 45 Revolutions Per Minute (Part 1 e Part 2), interviste-pastiche dal dadaistico afflato di stampo Lennon–The Who che assieme ad una focosa versione live di Hey Tonight corroborano il programma di questa riedizione.
Peccato quindi che, terminata l’incisione di Pendulum, Tom Fogerty abbia mollato, decretando di fatto la morte di un combo già parecchio sbilanciato sulla personalità di John. Da allora in poi i Creedence saranno una vera e propria emanazione del cantante e polistrumentista, e non sarà un bene. Giusto il tempo di compiere un meditatissimo (due anni di attesa, un record per loro) passo falso con Mardi Gras (1972), loffio epitaffio di un’avventura intensissima e troppo breve da dimenticare, come disse quel tale.
Amazon
