Recensioni

7.5

Testamento o testimonianza? Non è dato sapere cosa questo Tutti rappresenti per Cosey Fanni Tutti ma, anche senza rammentare il curriculum dell’artista inglese, soltanto l’idea che arrivi a 67 anni compiuti e a ben 36 di distanza dal suo primo passo in solitaria Time To Tell dice molto sul portato dell’autrice. È l’artista stessa, però, a fugare i dubbi o mischiare ancor di più le idee dichiarando di aver “raccolto” nelle 8 tracce di questo Tutti, esplicitamente definite “soundscapes”, input, spunti, tracce di una intera vita finalizzati a fornire un «audio self portrait comprising of manipulated sound recordings from my life, music and art, bringing all together – as one».

Insomma, testamento e insieme testimonianza di una vita artistica veramente densa, trasversale e sempre in avanscoperta, mai in seconda linea ad attendere e seguire la corrente, questo Tutti rilegge in un frullatone misto le molteplici aree toccate da Cosey nel corso di più di un quarantennio di onorata carriera: l’industrial primigenio funge da humus su cui far germinare altro, dalle svisate electro più o meno contaminate, da una idea malsana di techno, un approccio trancey al dancefloor, il taglio visivo/visionario di una elettronica acida e/o dilatata, ecc.. Succede nell’attacco della doppietta inaugurale Tutti e Drone, con la prima impreziosita da una tromba che fa molto cinematografia e la seconda incupita su panorami apocalittici e che sfiora una specie di dark-ambient ritmata simile a quella del Deutsch Nepal di Deflagration Of Hell, ma anche in En o in Sophic Ripple, che via via vanno imputridendo il tutto dimenticando il ritmo e accennando a distese di drones e dark-ambient o, ancora, in una Heliy in cui emerge una voce fantasmatica a rendere il tutto ancor più straniante.

Prendete le descrizioni dei pezzi col beneficio d’inventario perché c’è talmente tanta roba stratificata e stratificata che si scopre sempre qualcosa a ogni ascolto. Dopotutto, come indica sempre Cosey, queste musiche sono nate per sonorizzare il film autobiografico “Harmonic Coumaction”, sono transitate in forme diverse per una mostra della stessa autrice come audio-installazione e infine sono state ri-registrate, rielaborate, “enhanced” per creare «a unique stand-alone document separate to the live performance and installation». Come? Sempre un passo oltre? Beh, si direbbe proprio di sì.

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