Recensioni

I Corridor sono la prima band francofona ad essere stata scritturata da Sub Pop. Spunto statistico a parte, bene ha fatto la label statunitense ad accaparrarsi questi canadesi per i quali il passato è più sostantivo da omaggiare che participio da archiviare, se è vero – com’è vero – che siamo al cospetto di quattro ragazzi sulla trentina nient’affatto parchi in tema di citazioni d’antan, non solo musicali, visto che nel video del singolo Topographe richiamano addirittura i Monty Python. Per il resto, e per restare ai confini del pentagramma, sono un tripudio di rimandi a quell’universo pop, punk, psych e jangle che partendo dagli anni ’60 si è riverberato fino agli ’80 e oltre, grazie a epigoni di grandissimo spessore.
E che quello di tempo sia per la formazione indie-rock di Montrèal un concetto relativo lo dimostra il fatto che Junior, il loro album d’esordio per una label importante, dopo un paio di lavori autoprodotti (Le Voyage Éternel è del 2015, Supermercado del 2017), sia stato registrato tutto d’un fiato, perché – come spiega la nota stampa – la stessa Sub Pop gli ha imposto tempi stretti se volevano dare alle stampe un disco entro il presente autunno. Loro hanno raccolto la sfida: sono entrati in studio a inizio marzo e nel giro di cinque settimane hanno tirato fuori l’opera bell’e pronta. E forse è proprio perché non hanno avuto molto tempo per pensarci che il risultato suona così fresco e immediato. Addirittura – hanno raccontato – sei tracce, sulle dieci totali, sono state scritte nel giro di un weekend. Anche la copertina, raffigurante una faccina animata sorridente uscita da un uovo appena schiuso, è stata buttata lì senza troppo indugiare.
Registrato e masterizzato tra Montrèal e New York, e prodotto da Emmanuel Éthier, il lavoro sarebbe un inno alla nostalgia se oltre al piglio rètro che lo caratterizza non fosse anche filtrato da una sensibilità moderna che lo rende fresco e attuale. Le sonorità sono espanse, eteree, sospese. Si potrebbero citare come riferimenti Byrds e 13Th Floor Elevator se non fosse che parliamo di musicisti sì adulti ma che, probabilmente, nella seconda metà dei Sixties non avevano ancora scalzato il sesso, le canne e il rock&roll dai pensieri dei loro genitori. Però è proprio a quei tempi che, di rimando, vanno a parare, magari proprio per la felicità degli stessi mamme e papà.
Lo dimostrano la succitata Topographe, che scivola via su cuscinetti d’aria sospinti da sincopata marcetta psichedelica; la title-track, che non si cura minimamente di dissimulare il proprio debito verso l’universo paisley undergorund di Dream Syndicate, Naked Prey, Three O’Clock e Thin White Rope; Domino, cavalcata uptempo che cita i R.E.M. del periodo I.R.S. – ma più quello scarno e agli albori di Chronic Town che quello da arena e solenne di Document – prima di abbandonarsi a una coda che diremmo quasi “sonica”. Anche le zingarate college di Goldie e le mitragliate post-punk/shoegaze di Agent Double si collocano sulla scia di un diligente ossequio alla tradizione arricchito da elementi originali, tra cui spiccano una naturale propensione ai riff che restano scolpiti e agli intrecci delle chitarre (lo schieramento ne prevede due), e l’ottimo amalgama delle voci, oltre a una sezione ritmica nient’affatto scontata e che conferisce al tutto un vago accento arty tipico di conterranei come Arcade Fire e Broken Social Scene. Magari ci sarebbero i margini per mettere meglio a fuoco la scrittura dei brani, ma la base è sicuramente di ottimo lignaggio e non è detto che il prossimo non possa essere, per i Corridor, l’album della definitiva svolta.
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