Recensioni

7.1

Roy Paci è un ottimo musicista e anche un abile comunicatore. I Corleone (band nata discograficamente nel 2005 con il disco d’esordio Wei-Wu-Wei) rappresentano, nella costellazione di progetti che lo vedono coinvolto – Roy Paci & Aretuska in primis, poi Banda Ionica e una marea di collaborazioni con nomi come Manu Chao e Mike Patton – la parentesi forse più borderline, o, come scrive il diretto interessato nelle note di Blaccahènze, “la passione incandescente nei confronti del jazz più sperimentale e meno etichettabile”.

Tutto vero, non fosse che la sperimentazione di cui si parla (che innegabilmente c’è, in questo disco) è un’ottima sintesi di elementi che chi traffica in certe nicchie conosce bene: innanzitutto la no wave (Contortions su tutti), poi certe cadenze Zu, l’immaginario di John Zorn, il Mike Patton senza briglie e, ovviamente, il jazz. Quest’ultimo imbastardito a suon di assoli di chitarra elettrica (Alberto Capelli), sintetizzatori e basso (Marco Pettinato), batteria possente (Andrea Valdrucci) e una sezione fiati al cardiopalma (il sax baritono di Marco Motta, il sax alto di Guglielmo Pagnozzi e la tromba dello stesso Paci).

Nella pratica, il secondo disco a marca Corleone si trasforma dunque in un prodotto consapevolmente trasversale, materiale bello solido per palati già abituati a certi suoni, esempio di grande sperimentazione agli occhi di chi di solito macina solo mainstream, piatto abbastanza gustoso da solleticare anche i palati più jazz-oriented (testimone ne è la copertina che il magazine Musica Jazz ha dedicato a Paci). Dal canto suo, il trombettista siculo fa le cose per bene, imprimendo un marchio riconoscibile alla consueta irruenza dei fraseggi (il Sudamerica scapicollante di Umuntu ngumuntu ngabantu) e ai toni bandistici di certi passaggi, ma cercando anche di aprire porte su universi altri: il drone nelle fondamenta di Tromba l’oeil (Reloaded), le andature dubstep di Budstep Infected, la no wave cinematografica (e in qualche modo non troppo distante dall’universo Calibro 35) di Cinematic Conventions Of Murder, il jazzcore melodico di Moshpit Comedy, parentesi classiche come Lookin’ For Work.

La band non si risparmia e tira fuori un sound tesissimo, c’è una sostanziale godibilità di fondo che mette un po’ tutti d’accordo e ci si diverte senza essere banali: in due parole, missione compiuta.

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