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7.8

"For me, hardcore is simply unapologetic music, free of rules. By that definition, we are a hardcore band." (Jacob Bannon, Pitchfork Magazine, 25 settembre 2012).

Liberi dalle regole. Liberi di esprimersi. Una visione dell’hardcore che è stata rivoluzionaria, soprattutto in contrasto con la rigidità dei dogmi HC New York, soprattutto nel periodo straight edge. Una visione che ha permesso di generare il culto dei Converge, band fonte di ispirazione per almeno due generazioni di gruppi e capace di ricavare dalla fusione tra metal e Hc una materia nuova, tangibile, concreta.

Come il precedente Axe To Fall, l'ottavo disco della formazione sposta ancora, di poco ma percettibilmente, l'asse musicale. Contrariamente a quel lavoro, All We Love We Leave Behind è stato fatto in casa: nessun ospite, Kurt Ballou alla console, nessun manager, niente di niente. Solo un rapporto diretto tra la band, la Deathwish e la Epitaph. Ed è un ritorno al Do It Yourself, all'indipendenza come generatore d'espressione. Profondo, maturato, Jacob Bannon parla ai suoi fan di vita vissuta, di una parte di sé. Scrive, ma anche disegna le cinquanta tavole che compongono il booklet con le fasi lunari, i contrasti netti fra luce e buio, i crepuscoli con i quali interrogarsi sulla propria esistenza.

Ci sono elementi di novità in All We Love We Leave Behind, a cominciare da una Aimless Arrow che è la sublimazione del concetto d’isteria musicale codificato dai Converge stessi e reso armonico dagli ultimi At The Drive In: tempi in progressione, architetture sovrapposte, layer di chitarra appoggiati sulla consueta, impressionante, sezione ritmica. Prima punta di diamante, una Trespasses che rappresenta la sintesi e la cristallizzazione del loro concetto di estremo: drammaturgia black metal in sottofondo, approccio grindcore, scariche elettriche old school hardcore e iperstrutturalità perfetta, scritta da chi, l’iperstrutturalità, l’ha creata.

Impressiona l’equilibrio del lavoro, tanto che la sequenza di canzoni potrebbe essere tranquillamente invertita, modificata, senza creare sbilanciamenti al corpus del disco. A Glacial Pace torna ai tempi medi, ovvero al passaggio storico fra l’apocalisse Neurosisiana e lo schizo-core dei Converge stessi, ma è Predatory Glow che apre alle prospettive musicali di una band che pare non avere alcuna intenzione di fermarsi. Predatory Glow è il primo passo verso il futuro: la materializzazione del flusso sonoro dei Sunn O))) riverberata da scariche di prog death metal quasi industriale. Il manifesto di un suono che oggi potrebbe rappresentare la rigenerazione del terrore Slayeriano.

Un disco profondo, complesso, oscuro e fulminante. Lo stesso fulmine che illumina il cielo di Coral Blue, che incastona, sulle trame del post core, le aperture melodiche dei Cave In. Quasi una liturgia messianico-apocalittica. Un lavoro che parla dei Converge come di una band ormai da catalogare alla voce “classici”.

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